La tabella di marcia del New Glenn affronta una nuova, decisiva svolta. Blue Origin ha, infatti, annunciato di aver completato l’indagine sull’esplosione che, lo scorso maggio, ha distrutto un esemplare del grande vettore durante un test di accensione a Cape Canaveral. La causa è stata individuata in una valvola dell’ossigeno liquido installata su uno dei sette motori BE‑4 del primo stadio. La notizia è stata comunicata direttamente dal Ceo dell’azienda, Dave Limp, tramite X, accompagnata dalla conferma che le modifiche necessarie sono già in fase di implementazione: «Stiamo apportando piccole modifiche alla valvola che possono essere applicate rapidamente ai motori esistenti». I tecnici sono già al lavoro per produrre l’hardware aggiornato, che sarà pronto entro la fine di agosto, mentre procedono in parallelo gli ultimi passaggi della fault tree analysis.
La risoluzione del problema – arrivata dopo settimane di analisi dei frammenti recuperati e una serie di test mirati, condotti sia su singoli elementi sia su motori completi – invia un segnale importante a tutto il comparto aerospaziale statunitense. I motori BE-4 sono infatti impiegati anche sul primo stadio del vettore Vulcan di United Launch Alliance (Ula). Il consorzio, che ha il lanciatore fermo da febbraio per i controlli ai booster a propellente solido di Northrop Grumman, monitora da vicino gli sviluppi sulla vicenda di Blue Origin per valutare eventuali ripercussioni sulla propria catena di volo.
L’azienda di Seattle punta a ricostruire la rampa LC-36 e riportare il New Glenn al volo entro la fine dell’anno, per dimostrare che la capacità di reagire a un fallimento e correggere rapidamente i propri errori è un elemento chiave per spezzare il monopolio commerciale di SpaceX e ritagliarsi un ruolo di peso nella space economy orbitale.
Il mancato superamento del difetto tecnico ai motori comporterebbe, infatti, un ulteriore rinvio delle scadenze più strategiche dell’azienda: a fare le spese di uno stallo prolungato sarebbe in primis la costellazione internet Amazon Leo, che ha affidato al New Glenn il lancio di 48 satelliti, rimasti a terra in seguito all’esplosione. Ma ancora più critico sarebbe l’impatto sul fronte dell’esplorazione lunare e sull’andamento del programma Artemis, per il quale un rinvio dell’operatività del vettore di Blue Origin comporterebbe lo slittamento del debutto delle delicate missioni del lander lunare Blue Moon, tra cui la Blue Moon MK1, attualmente attesa in rampa per l’inizio del 2027.
Immagine in alto: Il New Glenn al decollo durante la missione NG-3. (19 aprile 2026). Crediti: Blue Origin.
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