La sua missione è stata dichiarata conclusa dalla Nasa lo scorso 3 giugno, ma continuerà a far parlare di sé per il patrimonio di dati che ha acquisito e che permetterà agli scienziati di delineare un ritratto sempre più accurato del Pianeta Rosso: stiamo parlando di Maven (Mars Atmosphere and Volatile Evolution), la sonda della Nasa che, a causa di un’anomalia, da dicembre 2025 non si è fatta più ‘sentire’. Maven, lanciata a novembre 2013, era stata progettata per studiare l’atmosfera superiore di Marte, la sua interazione con il vento solare e le modalità con cui essa si disperde nello spazio.

La sonda ora torna in scena per uno studio appena pubblicato su Nature Communications e dedicato ai processi che producono le aurore sul pianeta. La ricerca, coordinata dallo Space Sciences Laboratory dell’Università della California-Berkeley, si è basata sulle informazioni raccolte da vari strumenti di Maven: il magnetometro, Swea (Solar Wind Electron Analyzer) e Static (Suprathermal and Thermal Ion Composition). Dall’analisi dei dati è emerso che le aurore marziane si formano in maniera simile a quelle della Terra: in pratica, il meccanismo che fa circolare le particelle cariche nell’atmosfera del nostro pianeta è lo stesso che si verifica su Marte, ma in versione molto più ridotta a causa delle differenze nei campi magnetici dei due corpi celesti.

Quando le linee del campo magnetico del Sole si avvicinano alla magnetosfera della Terra, possono riconnettersi e immettere energia e massa attraverso la magnetosfera terrestre, scagliando gli elettroni che poi nell’atmosfera generano le aurore. Questo processo, chiamato ‘ciclo di Dungey’ (dal nome dello scienziato inglese James Wynne Dungey), fa scaturire delle correnti elettriche, accelera le particelle all’origine delle aurore e controlla la circolazione del plasma nella magnetosfera e nella ionosfera del nostro pianeta.

Un meccanismo simile a questo ciclo, ma appunto su scala ridotta, si presenta sui campi magnetici crostali di Marte; il pianeta, infatti, non ha un campo magnetico come quello della Terra, ma piccoli campi sparsi che traggono origine da una crosta fortemente magnetizzata. Queste zone si sono formate circa 4 miliardi di anni fa, quando flussi di lava si sono raffreddati mentre era ancora presente l’antico campo magnetico, poi scomparso a causa del vento solare che ha spazzato via l’atmosfera del pianeta.

Questa scoperta ha permesso agli studiosi di approfondire le modalità con cui gli elettroni vengono caricati di energia per formare le aurore; inoltre, dimostra che un processo simile al ciclo di Dungey può verificarsi sia su larga che su piccola scala, offrendo preziose informazioni su dove potrebbe avere luogo nel Sistema Solare. «Questo è un risultato straordinario che cambia il nostro modo di pensare le aurore marziane – ha commentato la ricercatrice Shannon Curry, principal investigator di Maven e nel team degli autori dello studio – ed è un altro passo importante verso la comprensione del perché Marte e la Terra si siano evoluti in modo così diverso pur essendo governati dalle stesse leggi fisiche di base».

In alto: Una tempesta solare investe Marte (Elaborazione artistica – crediti: Nasa/Gsfc) 

 

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