Osservare un oggetto e capire non solo com’è fatto, ma anche di che cosa è fatto. È ciò che consente la tecnologia satellitare chiamata spettrometro a immagine, o camera iperspettrale.

Questa tecnologia combina la fotografia tradizionale con la spettroscopia, ovvero lo studio di come la materia interagisce con la luce. Viene utilizzata nelle osservazioni planetarie per identificare a distanza i materiali presenti in superficie rilevando le loro firme spettrali.

Lo spettrometro a immagine osserva la superficie di un oggetto celeste una porzione alla volta, mentre il satellite si muove. La luce di ciascuna immagine viene poi scomposta attraverso un prisma in numerose lunghezze d’onda.
Per ogni punto osservato viene, quindi, generato uno spettro, la mappa che mostra l’intensità della luce nelle sue diverse frequenze, proprio come un arcobaleno.
Diventa così possibile rilevare le firme spettrali dei materiali, le piccole impronte lasciate in corrispondenza di frequenze specifiche.

Questa tecnologia è utilizzata per esempio dalla missione Prisma di Asi per il monitoraggio degli ecosistemi terrestri ed è presente sulla sonda Juice di Esa per mappare la composizione superficiale delle lune ghiacciate di Giove, che raggiungerà nel 2031.

Uno spettrometro a immagine fornisce a distanza informazioni sulla composizione chimico-fisica delle superfici, raccogliendo dati preziosi sull’abitabilità dei corpi planetari e sullo stato di salute degli ecosistemi terrestri.