Nella quotidianità non ci facciamo caso, eppure ogni nostra azione o movimento è pilotato dal cervello tenendo conto della presenza costante della gravità, una forza silenziosa ma costantemente presente, che guida ogni nostra strategia motoria.
Quando la gravità diminuisce e si riduce quasi a zero, il corpo umano è disorientato: i gesti diventavano più incerti, le traiettorie meno controllate, e le azioni che richiedono coordinazione fine risultano – all’improvviso – particolarmente difficili, costringendoci a cercare soluzioni più semplici.
È quanto emerge da uno studio pubblicato su Human Movement Science, che analizza come la coordinazione cambi quando il riferimento costante della gravità terrestre viene meno.
Per capire come le strategie motorie si adattino alla microgravità, il team della Texas A&M University guidato da Deanna Kennedy, ha osservato i movimenti di un gruppo di volontari durante i voli parabolici, una delle pochissime situazioni in cui si può sperimentare la microgravità, anche se solo per pochi secondi alla volta. I compiti richiesti erano di varia complessità, come muovere le mani in modo indipendente o seguire traiettorie precise.
La parte più interessante dello studio riguarda però la risposta del corpo a questa instabilità. In microgravità, i volontari tendevano spontaneamente a modificare i loro schemi motori, scegliendo movimenti più semplici e naturali. È come se il sistema sensomotorio, privato del suo riferimento abituale, cercasse una via più economica per mantenere il controllo. La gravità, spiegano gli autori, funziona come un vero e proprio “parametro di controllo contestuale”: quando cambia, anche la dinamica della coordinazione si riorganizza.
Questi risultati si inseriscono in un filone di ricerca sempre più ricco, che indaga come il cervello umano si adatti alle variazioni di gravità. Studi precedenti, condotti anche sulla Stazione Spaziale Internazionale, hanno mostrato che la microgravità altera la percezione della forza necessaria per afferrare gli oggetti: gli astronauti tendono a stringere troppo quando arrivano nello spazio e troppo poco quando tornano sulla Terra, perché il cervello deve ricalibrare il proprio “modello interno” delle forze in gioco. Anche in quel caso, la gravità si conferma un elemento chiave nella costruzione dei movimenti.
Comprendere come il corpo reagisce quando la gravità cambia può aiutarci a preparare meglio le future missioni di esplorazione planetaria verso la Luna e Marte, dove gli equipaggi dovranno lavorare in ambienti a gravità ridotta per periodi prolungati: sapere come il nostro cervello riorganizza la coordinazione motoria può aiutare a progettare addestramenti più efficaci, strumenti più sicuri e protocolli di riabilitazione per il rientro sulla Terra.
La ricerca in ambito spaziale ha, spesso, anche importanti applicazioni per migliorare la nostra vita sulla Terra: se, come dimostrerebbe questo studio, la gravità influenza la coordinazione, ambienti a gravità ridotta potrebbero diventare strumenti utili per la riabilitazione di persone con disturbi del movimento, facilitandone il recupero.
Immagine in alto: Cinquantaduesima campagna di voli parabolici dell’Esa, a bordo dell’aeromobile Airbus A300 Zero-G venerdì 7 maggio 2010. In primo piano Samantha Cristoforetti e, dietro di lei, Luca Parmitano, astronuati italiani dell’Esa. Crediti: Esa /Anneke Le Floc’h.
👉 Seguici anche sul nostro canale WhatsApp! 🚀




