A metà gennaio è rimbalzata su tutti giornali la notizia dell’esplosione di un’isola dell’arcipelago di Tonga, in Polinesia.

I satelliti per l’osservazione terrestre hanno inviato immagini senza precedenti. Tra queste, quella realizzata da Cosmo SkyMed, alla cui costellazione, il 28 gennaio verrà aggiunto un nuovo elemento di Seconda Generazione.

L’esplosione è avvenuta nell’oceano Pacifico meridionale. Frutto di una tipica eruzione vulcanica che avviene in acque relativamente basse, solitamente queste isole svaniscono in pochi anni erose dalle acque; solo tre sono sopravvissute negli ultimi 150 anni.

Hunga Tonga-HungaHa’apai, è il nome ufficioso dell’isola a partire dal 2015, anno in cui è emersa per una lunghezza di 20 chilometri, a seguito di un’eruzione che ha unito gli isolotti minori ai margini del vulcano. Da allora i ricercatori l’hanno monitorata attraverso i satelliti osservandone l’erosione e il nascente ecosistema.

Ai primi di gennaio la nuova metamorfosi. L’attività vulcanica è ricominciata, cenere e magma hanno rimodellato l’isola, finché il 15 gennaio è esplosa. I materiali eruttati hanno raggiunto i 40 chilometri di altitudine e si stima che il vulcano abbia sprigionato un’energia che va dai 4 ai 18 milioni di tonnellate di tritolo, circa lo 0,1 per cento rispetto all’esplosione di Hiroshima.

«Pur non avendo sismometri sull’isola, qualcosa deve aver indebolito la roccia dura delle fondamenta e causato un parziale crollo del bordo settentrionale della caldera – ha spiegato lo scienziato della Nasa, Jim Gavin che ne segue l’evoluzione sin dal l’inizio – Ciò ha permesso a enormi quantità di acqua di precipitare in una camera magmatica sotterranea a temperature molto elevate». L’incontro tra acqua e magma può essere incredibilmente esplosivo, specie in uno spazio ristretto. «In effetti, alcuni dei miei colleghi vulcanologi pensano che questo evento meriti una propria designazione». Ora, restano solo i due isolotti Hunga Tonga e HungaHaʻapai, molto ridotti rispetto alla conformazione di sette anni fa; in pochi mesi potrebbero sparire anch’essi, salvo nuove eruzioni.

Secondo Gavin, che è anche un esperto di Marte, «l’osservazione di un pianeta come la Terra potrebbe spiegare come anche su Marte l’acqua abbia potuto influenzare i vulcani».

 

Immagine in apertura: l’isola Hunga Tonga – Hunga Ha’apai ripresa dal satellite Pléiade-1A, il 19 gennaio 2015. Crediti: Cnes

 

articolo pubblicato originariamente il 25 gennaio 2022