Un quadro estremamente dettagliato dello stato di salute del ghiaccio situato alle estreme latitudini della Terra attraverso l’analisi di serie di dati satellitari dagli anni ’70 in poi: è questo il focus di una nuova ricerca pubblicata su Scientific Data, rivista scientifica del gruppo Nature centrata sullo studio e la condivisione di dataset afferenti a varie branche della scienza.

Lo studio, coordinato dal Centre for Polar Observation and Modelling della Northumbria University (Regno Unito), è stato svolto da un ampio gruppo di ricerca e rientra nelle attività dell’Imbie (Ice Sheet Mass Balance Inter-comparison Exercise); si tratta di una collaborazione tra Nasa ed Esa, nata nel 2011 con lo scopo di monitorare la perdita di ghiaccio e il conseguente innalzamento del livello dei mari. Gli autori del paper hanno utilizzato i dati acquisiti da 27 missioni di Osservazione della Terra e 42 diverse mappature satellitari. Tra i satelliti presi in considerazione, ricordiamo Landsat da 1 a 8 (Nasa/Usgs), Ers-1 e 2 (Esa), Envisat (Esa), Sentinel-1 2 e 3 (programma europeo Copenicus), IceSat-2 (Nasa) e CryoSat-2 (Esa).

Gli studiosi hanno esaminato i dati dal 1972 al 2023 per la Groenlandia e dal 1979 al 2023 per l’Antartide. Dalle elaborazioni condotte su tutto l’insieme delle informazioni è emerso che dagli anni ’70 ad oggi le due aree glaciali della Terra hanno perduto 12,5 trilioni di tonnellate di ghiaccio; in particolare, la perdita ha riguardato la calotta della Groenlandia. Nello stesso arco di tempo, il livello dei mari si è innalzato di circa 3 centimetri, un valore che espone le zone costiere e i loro abitanti a vari rischi (erosione e inondazioni soprattutto).

Inoltre, dall’analisi emerge che l’84% della perdita di ghiaccio è dovuta all’incremento della velocità con cui i ghiacciai scorrono verso i mari, mentre il restante 16% è connesso allo scioglimento superficiale. Disporre di serie di dati così ampie nel tempo ha permesso poi agli studiosi di individuare i periodi in cui le perdite si sono accentuate: un’accelerazione in tal senso si è verificata a partire dagli anni ’90 e ha avuto un ulteriore incremento dagli anni 2010 in poi. Lo studio evidenzia quindi che lo stato di salute delle calotte glaciali non è florido e che occorrono interventi significativi per mitigare gli effetti della crisi climatica; tuttavia, evidenzia anche l’efficacia delle osservazioni satellitari e l’importanza dei dati che da esse derivano per comprendere al meglio le trasformazioni che si verificano sulla superficie della Terra.

«La maggiore estensione temporale della serie di dati, il coinvolgimento di un numero più elevato di gruppi di ricerca e la nostra migliorata capacità di valutare le incertezze rendono questa analisi la più solida valutazione del bilancio di massa delle calotte glaciali mai realizzata finora – ha commentato Tyler Sutterly, ricercatore dell’Università di Washington e tra gli autori dell’articolo – I satelliti ci forniscono prove su scala continentale e su base annua di ciò che sta accadendo attualmente; è proprio questo ciò di cui abbiamo bisogno per verificare i modelli e ridurre i margini di incertezza nelle proiezioni sull’innalzamento futuro del livello del mare».

In alto: il ghiacciaio Thwaites in Antartide, chiamato anche ‘ghiacciaio dell’Apocalisse’ per la sua condizione precaria (Crediti: Nasa)

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