Si è conclusa dopo oltre vent’anni la missione del Neil Gehrels Swift Observatory della Nasa, dedicata allo studio delle più potenti esplosioni dell’universo, in particolare dei lampi di raggi gamma (gamma-ray burst). Il 20 ottobre 2026, il telescopio spaziale Swift ha effettuato la sua ultima osservazione, mentre orbitava a circa 275 chilometri dalla Terra. Tre giorni dopo la Nasa ha dichiarato conclusa la missione: la progressiva perdita di quota, accelerata dall’aumento della resistenza atmosferica, non consentiva più agli strumenti di mantenere la stabilità necessaria per le osservazioni. Il 4 novembre il telescopio è rientrato nell’atmosfera sopra la regione indonesiana di Sumatra settentrionale, disintegrandosi quasi completamente.

La brusca fine di Swift è arrivata nonostante un tentativo di recupero, affidato a una missione commerciale che avrebbe dovuto riportarlo a un’altitudine di circa 600 chilometri. Il veicolo robotico Link, sviluppato dall’azienda Katalyst Space e lanciato il 3 luglio 2026, avrebbe dovuto raggiungere Swift, agganciarlo con uno dei suoi tre bracci robotici e utilizzare i propri propulsori per innalzarne l’orbita, permettendo all’osservatorio di continuare a operare ancora per diversi anni.

Qualcosa, però, è andato storto. Alla fine di luglio Link ha perso due delle tre ruote di reazione, componenti che consentono a un veicolo spaziale di controllare il proprio orientamento senza consumare propellente. Il guasto, insieme ad alcune difficoltà del sistema di propulsione, ha provocato una rotazione incontrollata della sonda. Gli ingegneri sono riusciti a ridurne la velocità azionando i propulsori, ma il carburante consumato durante le operazioni di recupero non ha lasciato risorse sufficienti per completare la missione.

Link è comunque riuscito ad avvicinarsi al telescopio fino a una distanza di circa 12-15 chilometri, testando i propri bracci robotici e i propulsori elettrici, ma ha rinunciato alle manovre di aggancio, rientrando nell’atmosfera terrestre dopo 85 giorni in orbita.

L’esperienza mette in evidenza una delle principali difficoltà delle operazioni di assistenza ai satelliti in orbita: disporre di una quantità limitata di propellente e doverla distribuire tra tutte le fasi della missione (imprevisti compresi), dall’avvicinamento all’aggancio fino allo spostamento del bersaglio.

Nonostante il mancato recupero, la missione ha permesso di sperimentare tecnologie e procedure importanti per il futuro della manutenzione dei satelliti. Gli ingegneri sono riusciti, per esempio, a intervenire sul software di controllo di Link per stabilizzarne la rotazione dopo i guasti e hanno testato il funzionamento dei sistemi robotici in orbita, tecnologie sempre più importanti per le future missioni di assistenza e rimozione dei satelliti.

Guarda il video sulla missione Swift ⬇️

 

In apertura: rappresentazione artistica dell’osservatorio Swift. Crediti: Nasa’s Goddard Space Flight Center Conceptual Image Lab.

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