I finestrini sono tra le parti più affascinanti di una navicella spaziale, ma dal punto di vista ingegneristico rappresentano anche una complicazione perché devono mantenere la pressione all’interno del veicolo, resistere alle forti escursioni termiche e al possibile impatto di micrometeoriti e detriti spaziali.
Nei primi voli umani nello Spazio erano poco più che piccoli oblò. Li aveva la Vostok, che nel 1961 portò Yuri Gagarin in orbita, il primo essere umano nello spazio, e le prime capsule statunitensi, le Mercury.
Oggi, invece, la tecnologia permette di realizzare aperture molto più ampie, in grado di offrire una visione mozzafiato della Terra e dello Spazio. L’esempio migliore è probabilmente la cupola della Stazione Spaziale Internazionale: sette finestre, sei laterali e una centrale di circa 80 centimetri di diametro. È stata realizzata a Torino da Alenia Spazio, oggi Thales Alenia Space Italia, per l’Agenzia Spaziale Europea.
Le finestre della Cupola sono strutture complesse, formate da più pannelli, ognuno con funzioni differenti: alcuni contribuiscono a mantenere la pressione, altri proteggono dagli impatti esterni o dai possibili danneggiamenti all’interno della Stazione. Anche i materiali stanno cambiando. Per la capsula Orion, destinata alle missioni Artemis, la Nasa utilizza una combinazione di silice fusa e acrilico, che è più leggera del vetro.
In generale, le nuove capsule cercano di montare finestrini ampi. Nel 2021, per la missione Inspiration4, sulla Crew Dragon di SpaceX è stata installata una grande cupola panoramica che offriva un’ampia visione della Terra e lo spazio.
Perché affrontare le difficoltà di aggiungere finestre invece di costruire veicoli completamente chiusi e affidarsi alle telecamere?
Innanzitutto, per ragioni pratiche: una finestra è anche uno strumento operativo. Permette agli astronauti di osservare direttamente l’esterno, controllare attività robotiche, come il braccio meccanico della Stazione Spaziale Internazionale, e seguire l’avvicinamento di altri veicoli.
Poi c’è un’altra ragione, più profonda, emotiva. Osservare direttamente la Terra dallo spazio può produrre quello che viene chiamato ‘Overview Effect‘: un cambiamento nella percezione del nostro pianeta, che ci appare per quello che è: un unico mondo, fragile, sospeso nello Spazio.
Una vista e una sensazione che nessuna telecamera può sostituire.
CREDITS: Nasa, Esa, SpaceX, Lockheed Martin, GTIKayak
MUSIC: ScienceDocumentary – Leberch




