El Niño è una delle principali oscillazioni naturali del sistema climatico terrestre e ha una potenza tale da regolare il clima dell’intero pianeta, su scala pluriennale. Si sviluppa nell’Oceano Pacifico tropicale quando gli alisei, tra i venti più costanti e regolari della Terra, che normalmente soffiano da est verso ovest, si indeboliscono. Di conseguenza, le acque superficiali più calde si spostano dai tropici verso il Pacifico centrale e orientale, alterando la distribuzione del calore nell’oceano e modificando la circolazione atmosferica su scala globale.
Gli effetti possono essere molto estesi: precipitazioni eccezionali in alcune regioni, lunghi periodi di siccità in altre, variazioni nella frequenza degli eventi meteorologici estremi e ripercussioni sugli ecosistemi marini e sulle attività umane. Per questo motivo, comprendere e monitorare l’evoluzione di El Niño è fondamentale per ottenere previsioni climatiche accurate.

Tradizionalmente gli scienziati studiano il fenomeno osservando soprattutto la temperatura superficiale del mare. Oggi, però, un nuovo indicatore sta assumendo un ruolo sempre più importante: la salinità delle acque oceaniche.
Le osservazioni fatte con un radiometro a microonde dalla missione europea Smos (Soil Moisture and Ocean Salinity), insieme a quelle del satellite statunitense Smap e ad altri dati satellitari, mostrano infatti come la distribuzione dell’acqua dolce e di quella più salata cambi progressivamente nel Pacifico durante lo sviluppo di El Niño. Secondo i ricercatori, questi segnali potrebbero addirittura consentire di individuare il fenomeno prima che diventi evidente attraverso le sole variazioni di temperatura.

Il satellite Smos, lanciato a fine 2009 per misurare sia l'umidità del suolo che la salinità superficiale degli oceani. Si trova in orbita bassa eliocentrica e per le scansioni utilizza un radiometro a microonde che opera in banda L(Credit Esa/Aoes Medialab)

Il satellite Smos, lanciato a fine 2009 per misurare sia l’umidità del suolo che la salinità superficiale degli oceani. Opera in orbita bassa eliocentrica e per le scansioni utilizza un radiometro a microonde in banda L, con cui riesce a osservare l’intera superficie terrestre in tre giorni (Crediti: Esa/Aoes Medialab)

La ‘salinità superficiale‘ è la concentrazione dei sali disciolti nello strato superiore dell’oceano. Essa non dipende soltanto dall’acqua marina, ma risponde rapidamente alle precipitazioni, all’evaporazione, all’apporto dei fiumi e, nelle regioni polari, allo scioglimento e alla formazione del ghiaccio marino. Per questo motivo costituisce un prezioso indicatore del ciclo globale dell’acqua e dei movimenti delle masse oceaniche.
La salinità, inoltre, insieme alla temperatura, determina la densità dell’acqua marina e contribuisce a guidare le grandi correnti oceaniche, responsabili del trasporto di enormi quantità di calore intorno al pianeta. Osservare entrambe queste grandezze consente quindi di ricostruire con maggiore precisione gli scambi di energia e di acqua tra oceano e atmosfera.

In condizioni climatiche normali, gli alisei mantengono confinata nel Pacifico occidentale una vasta massa di acqua superficiale relativamente povera di sali, nota come freshwater pool. Quando invece si sviluppa El Niño e gli alisei si indeboliscono o si invertono, questa enorme riserva di acqua dolce si sposta gradualmente verso est insieme alla fascia di intense precipitazioni tropicali.
Grazie alle osservazioni satellitari possiamo seguire chiaramente questo spostamento: mentre il bacino di acqua dolce avanza verso il Pacifico centrale, anche le acque più salate che si trovano immediatamente a est vengono trascinate nella stessa direzione. Si crea così una caratteristica alternanza di variazioni di salinità che riflette sia il cambiamento delle correnti superficiali sia la nuova distribuzione delle piogge. Le aree interessate da precipitazioni più intense diventano meno saline, mentre quelle soggette a minori piogge e maggiore evaporazione presentano una salinità superiore alla norma.

Secondo Klaus Scipal, responsabile della missione Smos dell’Esa, la salinità rappresenta una vera e propria ‘impronta digitale’ del ciclo dell’acqua: mentre la temperatura indica quanto calore è immagazzinato negli oceani, la salinità rivela dove l’acqua dolce entra o esce dal mare. La combinazione di queste informazioni permette quindi di comprendere meglio le interazioni tra oceano e atmosfera e di migliorare il monitoraggio della variabilità climatica.
I ricercatori stanno inoltre sviluppando un nuovo indice dedicato all’Enso (El Niño-Southern Oscillation), basato proprio sulla salinità superficiale del mare. L’obiettivo è verificare se questo parametro possa anticipare, almeno in parte, l’insorgenza e l’intensità degli eventi di El Niño e La Niña rispetto agli indicatori tradizionali fondati esclusivamente sulla temperatura.

Guarda anche un approfondimento sullo studio e il monitoraggio dei fenomeni climatici dallo Spazio mediante le missioni Smos e Smap 👉

 

Foto in cima alla pagina: la variazione della temperatura superficiale del Pacifico generata da El Niño, mostrata in rosso
Crediti: Nasa Visualization Studio

👉 Seguici anche sul nostro canale WhatsApp! 🚀