Poco più di quattro anni fa si è guadagnato gli onori della cronaca per le sue ‘intemperanze’ e ora torna a far notizia, ma per un comportamento che si potrebbe definire ‘educato’: stiamo parlando del vulcano sottomarino Hunga Tonga-Hunga Haʻapai (Isole Tonga), noto per la sua violenta eruzione del gennaio 2022 che al momento risulta la più intensa del XXI secolo.
Il vulcano, che all’epoca dell’esplosione e nei mesi successivi è stato costantemente monitorato dai satelliti, aveva emesso una colonna eruttiva di vaste proporzioni (32 chilometri di altezza); tra i suoi componenti vi era anche il metano, gas serra che generalmente si produce durante questi fenomeni parossistici. Ulteriori analisi del colossale pennacchio vulcanico hanno messo in evidenza un dettaglio inedito che ha stupito gli scienziati: Hunga Tonga, dopo aver inquinato l’atmosfera con il metano, ha contribuito a ‘ripulire’ – almeno in parte – il misfatto. È quanto afferma un nuovo studio pubblicato su Nature Communications e basato sui dati acquisiti dal satellite Sentinel-5P del programma europeo Copernicus; in particolare, sono stati utilizzati i dati raccolti dallo strumento Tropomi (Tropospheric Monitoring Instrument), il cui compito è appunto monitorare globalmente e quotidianamente i livelli del metano.
Analizzando la nube vulcanica, i ricercatori hanno notato una concentrazione insolitamente elevata di formaldeide, un composto organico volatile che si genera come prodotto intermedio di breve durata quando il metano viene distrutto nell’atmosfera. Il gruppo di lavoro, tramite i dati, ha potuto studiare l’andamento della nube per 10 giorni, fino al suo arrivo in Sudamerica, e ha rilevato la persistenza della formaldeide: questo fatto sarebbe la prova della ‘pulizia’ effettuata dalla nube vulcanica.
Un processo analogo era stato rilevato nel 2023, ma con ‘attori’ differenti: le polveri del Sahara e i flutti oceanici. Le polveri, trasportate sull’Oceano Atlantico, erano risultate mescolate con il sale marino presente negli spruzzi delle onde e avevano dato luogo ad aerosol contenenti sali di ferro. Quando la luce solare aveva raggiunto queste particelle, si erano prodotti atomi di cloro che avevano reagito con il metano e contribuito alla sua decomposizione nell’atmosfera.
Dai dati di Tropomi, quindi, è emerso che un meccanismo simile si sarebbe verificato nella stratosfera della Terra a seguito delle emissioni di Hunga Tonga: all’epoca dell’eruzione, infatti, una miscela di acqua salata e cenere vulcanica era stata lanciata in abbondanza nella stratosfera dove, colpita dalle radiazioni solari, ha prodotto atomi di cloro altamente reattivo. Il cloro ha appunto contribuito alla ‘pulizia’ del metano e la prova visibile di questo meccanismo è la grande quantità di formaldeide riscontrata nei dati satellitari.
Gli autori dello studio ritengono che il risultato delle loro analisi potrebbe offrire nuovi spunti a uno specifico settore di ricerca: quello relativo allo sviluppo di soluzioni innovative per ridurre le emissioni di metano, accelerandone artificialmente la decomposizione nell’atmosfera.
In alto: immagine satellitare ottenuta dal satellite Viirs il 16 gennaio 2022 alle 13:30 Utc, che mostra in blu la nube di formaldeide misurata da Tropomi. A sinistra si vede la costa australiana del Queensland. (Crediti: van Herpen et al. – 2026)
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