Abitare basi permanenti sulla Luna e Marte non significa soltanto risolvere problemi di ingegneria, energia e approvvigionamenti. Significa anche garantire assistenza medica a equipaggi che vivranno a migliaia o milioni di chilometri dalla Terra. Oggi gli astronauti della Stazione Spaziale Internazionale (Iss), che orbita relativamente vicino a noi, a circa 400 chilometri di quota, ricevono una formazione di primo soccorso e, in caso di emergenze gravi, possono rientrare sul nostro pianeta in tempi ragionevolmente brevi. Le future colonie extraterrestri, però, saranno molto più isolate. Un viaggio verso Marte può richiedere diversi mesi, rendendo impossibile contare su un rapido trasferimento a Terra. Per questo, la comunità scientifica da tempo si confronta su come rendere la medicina spaziale un sistema completamente autonomo, in grado di diagnosticare e trattare le patologie direttamente nello spazio.
Il tema è stato recentemente discusso nel corso del 44° Congresso della Società Europea di Chirurgia della Cataratta e Refrattiva (Escrs). In questa occasione è emerso che, nelle missioni di lunga durata, la chirurgia oculistica non sarà un servizio da rimandare al rientro, ma una necessità da gestire direttamente in loco.
Il punto di partenza è uno studio esplorativo curato da Morgan Micheletti del Berkeley Eye Center di Houston (Texas, Usa), un chirurgo oculistico appassionato di spazio fin dall’infanzia. Micheletti ha esordito con un dato di fatto indiscutibile: «I candidati astronauti non devono avere una vista perfetta senza correzioni, e l’uso di lenti o interventi refrattivi pregressi può essere compatibile con la loro selezione. Ancora più importante, una buona vista al momento del lancio non impedisce che, con il tempo, sopraggiungano invecchiamento, esposizione alle radiazioni, traumi o malattie. (…) Un trasferimento verso Marte può richiedere quasi un anno, e tornare sulla Terra per una cataratta che limita la vista potrebbe non essere realistico. Prima o poi, il trattamento dovrà avvenire dove si trova il paziente».
Data questa premessa, resta da capire come si comportano le lenti intraoculari (Iol) – i dispositivi chirurgici usati per sostituire il cristallino opacizzato – quando vengono esposte all’ambiente cosmico. L’esperimento, denominato James (Joint Assessment of Material Exposure in Space) in onore del figlio del chirurgo, e realizzato in collaborazione con Space Center Houston, Nasa e Aegis Aerospace, ha studiato 135 lenti intraoculari non confezionate prodotte con materiali differenti. I campioni sono stati lanciati sulla Iss nel 2024 e montati all’esterno della struttura per sei mesi, esposti a condizioni estreme: ossigeno atomico, radiazioni ultraviolette dirette e sbalzi termici.
Al loro rientro a Terra, le analisi di laboratorio hanno rivelato un quadro sfaccettato. Sebbene molte lenti abbiano mantenuto l’integrità, altre hanno mostrato microfratture, ingiallimenti o alterazioni sorprendenti: la superficie di alcune lenti si è letteralmente modificata, assumendo l’aspetto di una sorta di “pluriball in miniatura”. Questo studio esplorativo è servito proprio a individuare i punti deboli dei materiali polimerici prima di progettare soluzioni più robuste per il trasporto e lo stoccaggio nei lunghi viaggi interplanetari.
Il passo successivo sarà verificare la fattibilità della chirurgia della cataratta in microgravità. Si tratta di una procedura che richiede precisione estrema, controllo millimetrico dei fluidi e perfetta stabilità degli strumenti. I futuri test durante i voli parabolici consentiranno di studiare queste dinamiche in condizioni di assenza di peso, avvicinando uno scenario che oggi sembra ancora remoto: eseguire un intervento oculistico all’interno di una base lunare o di un habitat marziano.
Eppure, prima ancora che un astronauta venga operato a milioni di chilometri dalla Terra, i risultati di queste ricerche potrebbero avere ricadute concrete sull’oculistica terrestre, contribuendo allo sviluppo di materiali più resistenti, tecniche più sicure, imballaggi più performanti e strumenti chirurgici più versatili. È una dinamica ricorrente nella ricerca spaziale: le tecnologie sviluppate per affrontare gli ambienti più sfidanti e ostili finiscono spesso per spingere oltre le frontiere del possibile, a beneficio di tutti noi.
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Immagine in alto: tutte e sei le Light Adjustable Lens (Lal), una particolare tipologia di lenti intraoculari, hanno mostrato la stessa alterazione della superficie dopo l’esposizione all’ambiente spaziale. Crediti: Morgan Micheletti




