Traffico congestionato nel Mar Glaciale Artico, dove il riscaldamento connesso alla crisi climatica ha influenzato notevolmente la mobilità del ghiaccio marino: il numero degli iceberg ‘a spasso’ nelle acque delle estreme latitudini nord della Terra è infatti in aumento. Il fenomeno, oltre a costituire un rischio per la navigazione e per varie attività economiche, sta avendo anche altre conseguenze finora poco indagate: gli iceberg, con il loro corredo di detriti, stanno rimodellando i fondali e favorendo la creazione di nuovi habitat cui fa seguito l’alterazione della biodiversità sottomarina.
Questo processo di rimodellamento è al centro di un nuovo studio di Nature, condotto da un team di ricercatori dell’Alfred Wegener Institute (Germania) e della Woods Hole Oceanographic Institution (Stati Uniti). Lo studio si basa su diverse tipologie di dati, tra cui quelli satellitari acquisiti da diverse missioni di Osservazione della Terra, anche del passato. Nello specifico, il gruppo di lavoro ha utilizzato i dati delle missioni Terra e IceSat-2 (Nasa), del programma Landsat (Nasa/Usgs), e delle missioni CryoSat-2 ed Envisat (Esa). Sono state prese in considerazione soprattutto le informazioni raccolte dagli altimetri di alcuni di questi satelliti e dello spettroradiometro Modis, installato a bordo del satellite Terra. I dati satellitari sono stati impiegati, tramite modelli informatici, per tracciare il percorso seguito dagli iceberg, con l’intento di risalire al loro luogo di origine.
Per delineare un quadro più completo, gli studiosi si sono avvalsi anche di dati acquisiti tramite rilevazioni aeree sulle zone oggetto dell’indagine e raccolti in loco durante le missioni della nave Polarstern, una rompighiaccio utilizzata dall’Alfred Wegener Institute per attività di ricerca dal 1982. Queste informazioni si sono rivelate particolarmente utili per monitorare gli iceberg più piccoli e i loro frammenti, che tendono a sfuggire allo sguardo dei satelliti.
L’area in cui si è verificato maggiormente l’ingorgo degli iceberg è lo Stretto di Fram, braccio di mare situato tra le isole Svalbard e la Groenlandia: in particolare, nel 2021 ne sono stati osservati alcuni che portavano con sé quantità insolitamente piuttosto elevate di detriti al punto da apparire quasi neri. Il passaggio delle masse di ghiaccio nello Stretto di Fram è attestato sin dai primi anni del nuovo millennio, un dato che ha indotto gli scienziati a ipotizzare l’esistenza di una sorta di schema di viaggio legato alle condizioni climatiche; grazie ai modelli informatici, sono riusciti a dedurre che molti iceberg provengono da due grandi ghiacciai della Groenlandia nordorientale, divenuti particolarmente instabili negli ultimi vent’anni, e da alcune zone dell’Artico russo.
I detriti che queste montagne di ghiaccio trascinano con sé nel loro viaggio verso la corrente artica lasciano appunto il segno sui fondali, dove in precedenza c’era qualche roccia isolata: ora, invece, i frammenti rocciosi e i sedimenti portati dagli iceberg tendono ad accumularsi in profondità, creando dei substrati duri favorevoli all’insediamento di specie che prediligono questo tipo di habitat, come spugne e attinie.
Ancora non è chiaro se il fenomeno sia limitato allo Stretto di Fram o abbia un’ampiezza più vasta: gli autori dello studio pensano che la loro ricerca debba essere ulteriormente sviluppata con un approccio multidisciplinare, ma che sia comunque un importante punto di partenza per una migliore valutazione dei rischi connessi ai movimenti degli iceberg.
In alto: lo Stretto di Fram in un’immagine realizzata con i dati Landsat e Modis (Crediti: Nasa Earth Observatory images by Lauren Dauphin, using Landsat data from the U.S. Geological Survey and Modis data from Nasa Eosdis/Lance and Gibs/Worldview)
In basso: iceberg con detriti nello Stretto di Fram (Crediti: Alfred Wegener Institute / Mario Hoppmann)

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