Da circa un decennio viaggiano oltre il nostro Sistema Solare: le sonde Voyager 1 e Voyager 2 – lanciate nel 1977 – continuano a raccontarci cosa c’è là fuori anche quando, per sopravvivere, devono ‘spegnere’ pezzi di sé.
La potenza a bordo, infatti, sta finendo. Dopo quasi 50 anni di attività ininterrotta, le sonde – alimentate da energia nucleare – continuano a funzionare, perdendo però potenza ogni anno. Per questo motivo, il 17 aprile, gli ingegneri della Nasa hanno deciso di disattivare il Lecp (Low-Energy Charged Particles) uno degli strumenti scientifici di Voyager 1.
Il Lecp misura particelle cariche a bassa energia, come ioni ed elettroni, oltre ai raggi cosmici provenienti sia dal nostro Sistema Solare sia dalla galassia. Grazie a questi dati è stato possibile studiare il mezzo interstellare, lo spazio che si estende oltre l’eliosfera, cioè la ‘bolla’ protettiva generata dal vento solare.
Voyager 1 si trova ora a oltre 25 miliardi di chilometri dalla Terra e, insieme alla sua gemella Voyager 2, è l’unica sonda abbastanza lontana da poter osservare direttamente queste regioni. Garantire l’operatività di una missione così longeva è una sfida continua. Ogni anno, dicevamo, la potenza delle due sonde diminuisce di circa 4 watt e per mantenerle ‘in vita’, il team deve spegnere progressivamente strumenti e sistemi non più essenziali. La decisione di disattivare il Lecp non è stata casuale né improvvisata: dei dieci strumenti originari, sette sono già stati spenti e, come parte di un piano stabilito anni fa, il Lecp era il prossimo nella lista.
C’è stato però anche un elemento di urgenza. Durante una manovra di rotazione programmata per fine febbraio, i livelli di energia di Voyager 1 sono calati inaspettatamente. Un’ulteriore diminuzione avrebbe potuto attivare il sistema di protezione della sonda, che avrebbe spento automaticamente alcuni componenti, richiedendo poi un intervento di recupero lungo e delicato da parte del team che, per evitare questo scenario, ha deciso di intervenire in anticipo.
A ogni modo, il Lecp è stato spento parzialmente: un piccolo motore che permette al sensore di ruotare continuerà a funzionare, consumando appena mezzo watt. Mantenere questa parte attiva potrebbe permettere, in futuro, di riaccendere lo strumento se si trovasse energia sufficiente.
«Spegnere uno strumento scientifico non è la scelta preferita da nessuno, ma è la migliore opzione disponibile», spiega Kareem Badaruddin, responsabile della missione Voyager al Jpl. «Voyager 1 ha ancora due strumenti scientifici operativi: uno che rileva le onde di plasma e uno che misura i campi magnetici. Funzionano ancora molto bene e continuano a inviare dati da una regione dello spazio che nessun’altra sonda costruita dall’uomo ha mai esplorato. Il team resta concentrato nel mantenere operative entrambe le Voyager il più a lungo possibile».
La speranza è che questa operazione garantisca a Voyager 1 circa un altro anno di attività. Nel frattempo, gli scienziati stanno già preparando un intervento ancora più ambizioso, soprannominato ‘Big Bang’: una soluzione per il risparmio energetico di entrambe le sonde che prevede di spegnere contemporaneamente alcuni sistemi – da qui il nome dell’esperimento – e sostituirli con alternative a basso consumo, così da prolungare ulteriormente la missione. Il test inizierà tra maggio e giugno 2026 su Voyager 2 che, disponendo di più energia e trovandosi più vicina alla Terra, risulta più facile da gestire. Se tutto andrà bene, la stessa procedura verrà applicata anche a Voyager, offrendo persino la possibilità di riattivare lo strumento appena spento.
In apertura: rappresentazione artistica di Voyager 1. Crediti: Nasa/Jpl-Caltch.




