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L’esplorazione dello Spazio è tradizionalmente associata al progresso della conoscenza scientifica. Tuttavia, con il ritorno della Luna al centro delle ambizioni di governi, agenzie spaziali e aziende private (soprattutto dopo la scoperta di ghiaccio d’acqua nelle zone buie dei poli) sta emergendo una questione meno evidente, ma cruciale: fino a che punto le attività umane nello Spazio rischiano di alterare la purezza degli ambienti che intendiamo studiare?
Un recente studio pubblicato su Journal of Geophysical Research: Planets solleva un timore plausibile e misurabile. Secondo gli autori, oltre la metà del metano rilasciato dai gas di scarico dei veicoli spaziali lunari potrebbe contaminare le zone lunari considerate fondamentali per lo studio delle origini della vita sulla Terra.
Questo avverrebbe perché il metano, il principale composto organico prodotto dalla combustione di alcuni propellenti, non rimarrebbe confinato nelle immediate vicinanze del sito di atterraggio, le molecole potrebbero diffondersi e distribuirsi rapidamente su scala globale. Gli effetti più rilevanti si riscontrerebbero nelle regioni polari del nostro satellite: nel caso di un atterraggio al Polo Sud, il metano potrebbe raggiungere il Polo Nord in meno di due giorni lunari.
Ai poli lunari ci sono zone in cui sono presenti crateri permanentemente in ombra (noti come Psr, permanently shadowed regions), aree non colpite dai raggi solari nelle quali le temperature estremamente basse hanno permesso un significativo accumulo di ghiaccio. Si tratta di un processo di aggregazione talmente lento che il ghiaccio potrebbe aver imprigionato materiali depositati miliardi di anni fa da comete e asteroidi. Agli scienziati interessano proprio questi residui, perché sperano d’individuare al loro interno delle molecole organiche prebiotiche, composti che, nelle giuste condizioni, potrebbero aver contribuito alla formazione dei primi mattoni della vita, come il Dna.
A differenza della Terra, la cui superficie dinamica ha probabilmente cancellato ogni traccia di chimica primordiale, la Luna rappresenta un archivio naturale straordinariamente ben conservato. L’introduzione di contaminanti di origine antropica, come i gas di scarico dei lander, rischia di compromettere la capacità di distinguere tra segnali naturali e interferenze moderne. I ricercatori hanno sviluppato un modello computazionale per simulare il comportamento del metano rilasciato dai lander, utilizzando la missione europea Argonaut come esempio.
Le simulazioni hanno tenuto conto non solo della gravità lunare, ma anche dell’assenza di una vera atmosfera, dell’interazione con il vento solare e della radiazione ultravioletta. Osservando i risultati in questo scenario, si è visto che le molecole di metano non vengono frenate da collisioni con altre particelle, ma seguono traiettorie essenzialmente balistiche, rimbalzando sulla superficie come palline elastiche in uno spazio quasi totalmente vuoto.
I risultati mostrano anche che entro sette giorni lunari, equivalenti a quasi sette mesi terrestri, oltre il 50% del metano totale emesso dagli scarichi dei veicoli spaziali finirebbe per essere ‘intrappolato a freddo‘ ai poli (cold trapping): circa il 42% al Polo Sud e il 12% al Polo Nord. Una distribuzione sorprendentemente rapida, che mette in discussione l’idea che i siti di atterraggio siano completamente sicuri dal punto di vista dell’inquinamento ambientale. Inoltre, suggerisce che non esistono luoghi sulla Luna totalmente immuni dagli effetti delle attività umane: ovunque si atterri, una certa contaminazione è inevitabile.
Il problema comunque non è privo di soluzioni. Gli autori suggeriscono che la scelta di siti di atterraggio più freddi, ad esempio, potrebbe ridurre la dispersione dei gas di scarico. Inoltre, resta da chiarire se le molecole inquinanti si depositino solo sulla superficie dei ghiacci delle Psr, lasciando intatti gli strati sottostanti, potenzialmente ancora accessibili alla ricerca scientifica.
Un altro aspetto critico riguarda la necessità di verificare l’affidabilità dei modelli teorici introducendo dati reali. Senza strumenti in grado di misurare direttamente le ricadute sul suolo lunare, il rischio è quello di perdere un’opportunità scientifica fondamentale proprio in questo momento storico in cui l’esplorazione sta accelerando.
Un altro timore, infine, è che il problema potrebbe non limitarsi al solo metano. Materiali comuni nei veicoli spaziali, come vernici, plastiche e gomme, potrebbero rilasciare ulteriori molecole organiche, ampliando lo spettro delle potenziali interferenze e contaminazioni.
Sulla Terra, esistono normative rigorose per proteggere ambienti estremi e scientificamente preziosi, come l’Antartide o i parchi naturali. Secondo i ricercatori, per la Luna si deve fare una considerazione analoga. In un’epoca di nuova corsa allo Spazio, la sfida non è solo arrivare di nuovo a camminare sul nostro satellite, ma farlo senza compromettere le preziose risposte che essa potrebbe ancora offrirci sulle nostre origini.
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Immagine in alto: ricostruzione artistica degli astronauti mentre raccolgono campioni lunari da riportare sulla Terra per sottoporli ad analisi approfondite, un’attività prevista soprattutto nelle prime fasi del programma Artemis
Crediti: Nasa




