Un antico sistema di satelliti naturali sconvolto e ridotto in frammenti dall’arrivo di un corpo celeste più grande: sarebbe questo lo scenario all’origine di alcune lune interne di Nettuno, secondo un nuovo studio di Science Advances. L’indagine, coordinata dal Caltech (California Institute of Technology), si è basata sui dati del telescopio Webb, in particolare del suo strumento NirSpec (Near-Infrared Spectrograph). I ricercatori si sono concentrati sugli anelli di Nettuno e su tre delle sue lune interne (Larissa, Galatea e Proteo), difficilmente studiabili dalla Terra a causa delle dimensioni ridotte e della posizione. Grazie a NirSpec, è stato possibile acquisire preziosi dati sulla loro composizione, che è risultata atipica rispetto ai profili dei corpi celesti del Sistema Solare esterno.

In base ai dati spettroscopici, il gruppo di lavoro ritiene che Nettuno avesse un sistema originario di lune poi scombussolato dall’arrivo di Tritone, il più grande satellite naturale del pianeta. I resti della collisione tra questo visitatore invadente, catturato dalla gravità di Nettuno, e gli antichi satelliti naturali si sarebbero poi uniti per creare le lune attuali. Le informazioni, inoltre, evidenziano la ‘firma’ insolita di fillosilicati ricchi di magnesio negli spettri degli anelli del pianeta e delle lune Larissa e Galatea. Questi minerali, che si formano solo in presenza di acqua liquida, non erano mai stati rilevati su corpi e strutture del Sistema Solare esterno oltre Giove; tuttavia, nei suddetti spettri non sono presenti elementi riconducibili a ghiaccio d’acqua. Di conseguenza, gli studiosi hanno ipotizzato che i fillosilicati dovevano provenire da altri oggetti celesti molto più grandi e in grado di generare un calore sufficiente a fondere il ghiaccio d’acqua: dunque, un sistema originario di lune ghiacciate. Lo spettro di Proteo, invece, non presenta fillosilicati: secondo gli studiosi, questa luna (la più grande tra quelle analizzate nello studio) potrebbe essersi accresciuta in una diversa regione del disco di detriti oppure aver subito un successivo riscaldamento che ha cancellato questo tipo di minerali.

In aggiunta all’ipotesi dell’irruzione di Tritone, gli autori del paper hanno delineato un altro scenario relativo alle suddette lune: la frammentazione mareale di un grande oggetto della Fascia di Kuiper che si era incautamente avvicinato a Nettuno ed è stato poi fatto a pezzi dalla sua gravità. In ambedue i casi – spiegano gli studiosi – ci sarebbe un evento traumatico che, sconvolgendo l’assetto primigenio delle lune, ha permesso, con gli strumenti odierni, di osservare la composizione interna di questi remoti corpi ghiacciati.

«In entrambi i casi ciò che vediamo su queste lune deve provenire dalle profondità di qualcosa di molto più grande – ha commentato Ryleigh Davis, ricercatrice del Caltech e prima autrice dello studio – quel materiale è normalmente sepolto in modo permanente, possiamo solo dedurre cosa ci sia. Qui, un evento catastrofico ha essenzialmente capovolto queste antiche lune – prosegue la ricercatrice – e noi possiamo vedere cosa era nascosto al loro interno».

In alto: Nettuno in un’immagine realizzata dal telescopio Webb con lo strumento NirCam (Crediti: Nasa, Esa, Csa, StScI – processamento: Joseph DePasquale – StScI, Naomi Rowe-Gurney – Nasa-Gsfc)

 

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