È stata individuata da Galileo nel 1610, fa parte del gruppo dei ‘satelliti medicei’ di Giove ed è il corpo celeste geologicamente più attivo del Sistema Solare, come attesta la sua superficie disseminata da centinaia di vulcani: sono questi gli elementi distintivi della luna Io, protagonista di un nuovo studio di Journal of Geophysical Research, centrato sulla sua temperatura subsuperficiale.
L’indagine, coordinata dal Jet Propulsion Laboratory della Nasa, si è basata sui dati della missione Juno dell’ente spaziale americano, soprattutto su quelli acquisiti dallo strumento Mwr (Microwave Radiometer) durante i sorvoli del 30 dicembre 2023 e del 3 febbraio 2024. Io è nota per la sua intensa attività vulcanica, connessa all’attrazione gravitazionale di Giove: la luna, infatti, è molto vicina al colosso del Sistema Solare, percorre la sua orbita eccentrica intorno al pianeta ogni 42,5 ore e finisce per esserne ‘strizzata’. Questa pressione costante crea un’intensa energia che è alla base del comportamento ‘esuberante’ di Io.
In precedenza, erano state già effettuate analisi sui ‘bollori’ di questa luna, tramite osservazioni nell’infrarosso, che però avevano rilevato solo la temperatura in superficie. Juno, invece, con il suo radiometro, è riuscita a coglierne le emissioni di calore al di sotto della crosta rocciosa, riuscendo a raggiungere profondità considerevoli, anche di decine di metri.
Per spiegare il fenomeno, gli studiosi hanno proposto due ipotesi. Secondo la prima, il calore potrebbe risalire costantemente attraverso una crosta conduttiva: seppur debole su scala locale, questa emissione potrebbe portare a un rilascio di energia sull’intera superficie di Io fino a 30 volte superiore rispetto alla media di analoghi processi che avvengono sulla Terra. La seconda ipotesi, invece, chiama in causa l’influenza di colate laviche in fase di raffreddamento situate al di sotto di circa una decina di metri di crosta solida ed estese per circa il 10% della superficie della luna. I due sorvoli, inoltre, hanno permesso di acquisire ulteriori dati sulla topografia di Io: lo strumento Mwr, infatti, ha individuato ampie zone di superficie liscia che si alternano a quelle più accidentate, estendendosi anche per più di 100 chilometri.
Secondo gli autori della ricerca, l’attività osservativa svolta con Mwr può avere importanti implicazioni per approfondire i meccanismi sottesi ai vulcani della Terra e aggiunge un nuovo tassello agli studi sugli effetti del riscaldamento mareale sui corpi celesti, un processo che fornisce energia e calore a mondi lontani dalla loro stella madre.
Juno, che a breve festeggerà 15 anni nello spazio (è stata lanciata il 5 agosto 2011), ha raggiunto l’orbita di Giove il 5 luglio 2016 e da allora ha iniziato la sua attività scientifica, mirata a comprendere l’origine e l’evoluzione del pianeta. La missione, grazie all’impegno dell’Agenzia Spaziale Italiana, vanta un significativo contributo ‘tricolore’ con lo spettrometro Jiram (strumento dell’Inaf-Iaps, realizzato da Leonardo) e lo strumento di radioscienza KaT (Ka-Band Translator, dell’Università ‘La Sapienza’ di Roma, realizzato da Thales Alenia Space-Italia).
In alto: il polo nord della luna Io, fotografato da Juno durante il sorvolo del 30 dicembre 2023. Crediti: dati, Nasa/Jpl-Caltech/Swri/Msss – processamento immagine, Gerald Eichstädt)
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