Dopo la neve, buon tempo ne viene. Un proverbio che parla di attesa e fiducia, della certezza che a ogni inverno segua un ritorno del sereno. Ma com’è cambiato oggi, nell’epoca della crisi climatica, il ritmo delle stagioni?
Nel quinto episodio di Mezze Stagioni partiamo dalla neve – sempre più rara, anno dopo anno – per raccontare come il cambiamento climatico stia trasformando uno degli elementi più familiari degli equilibri naturali. Dalle parole della storica Caterina Brazzi Castracane, che ci accompagna alle radici culturali del proverbio, fino ai dati scientifici che mostrano il rapido ritiro dei ghiacciai, la neve diventa una cartina tornasole del nostro tempo.
Il viaggio prosegue con le esperienze dell’ultracyclist Omar Di Felice, che attraversa alcune delle regioni più esposte agli effetti del riscaldamento globale.
Torniamo allo sguardo dallo spazio dei satelliti insieme ad Alessandro Coletta, già Direttore della missione Cosmo-SkyMed dell’Agenzia Spaziale Italiana, per approfondire il ruolo dei dati satellitari e delle costellazioni radar nel monitorare ghiacci, eventi estremi e cambiamenti su scala globale.
Infine, con Carlo Carraro, professore di Economia dei cambiamenti climatici all’Università Ca’ Foscari di Venezia, analizziamo come questi dati stiano cambiando anche il modo in cui vengono stimati i danni economici della crisi climatica. Offrendo, a chi vuole ascoltare, una base sempre più precisa per orientare politiche e decisioni.
Mezze Stagioni è un podcast dell’Agenzia Spaziale Italiana per capire il clima che cambia con uno sguardo storico-spaziale.
Autori: Giulia Bonelli e Giuseppe Nucera
Storia dei proverbi: Caterina Brazzi Castracane
Post-produzione: Paola Pagone
Musica: Luca Cipriani
Consulenza su identità visiva e social: Italiaonline
Consulenza editoriale: Daniela Amenta
Coordinamento editoriale: Giuseppina Pulcrano e Manuela Proietti
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Caterina Brazzi Castracane. In italiano c’è una parola che non pronunciamo quasi più, ed è fidanza. No, non è una fidanzata orfana dell’ultima sillaba, bensì un termine che indica l’aspettativa certa di un mutamento futuro verso il meglio. Questo il proverbio di oggi e la saggezza antica vogliono intendere: che bisogna confidare, nei fiocchi che scendono e nel bel tempo che tornerà, perché giungerà ancora, questo è certo. Che cada dunque la neve, e cada fino a quando le nuvole non ne esauriscono la portata, perché il sereno tornerà a brillare, annunciato, si racconta, dallo spirare della tramontana che tagliente rimette al centro il sole che illumina ogni cosa. Come ben racconta la sapienza popolare, poi, vale la pena, nel mentre, di goderci anche la neve, perché fautrice di non pochi benefici. Lo sa bene il mondo contadino, dove le nevicate sono considerate una manna dal cielo, lì dove cavoli, piselli, grano e scalogni dormono felici protetti dal candido manto. Sì, perché sotto la bianca coltre si sta al freddo, ma non al freddissimo, come insegnano gli eschimesi che si rifugiano negli igloo. La neve protegge dal gelo e diviene poi una riserva idrica che irrigherà il terreno con pazienza, molto meglio di quanto non faccia un’eccessiva pioggia, capace di tracimare via raccolti, alberi, terrapieni e sostanze nutritive. Certo, come nella vita, è sempre una questione di tempo, in questo caso cronologico e meteorologico. Perché se una bella nevicata invernale è una benedizione, nella stagione sbagliata può trasformarsi in una catastrofe. Questo è l’aspetto sempre più inquietante del cambiamento climatico, dove non è solo la scomparsa di taluni fenomeni atmosferici il problema, quanto il loro presentarsi, acuiti e persistenti, nei momenti più disparati dell’anno, mutando cicli naturali che farebbero crescere in salute le piante e gli esseri umani. E sì, perché anche noi non siamo immuni alle meraviglie elargite dai cristalli di ghiaccio. La neve, tanto per cominciare, assorbe gli inquinanti presenti nell’aria molto più della pioggia, attutisce i suoni combattendo così anche l’inquinamento acustico e dona provati benefici psicologici quietando la mente. Peccato solo che nevichi sempre meno. E si stima che dal 1850 a oggi i ghiacciai alpini abbiano già perso circa il 60% del loro volume. Un disastro annunciato, che non lascia grandi margini di manovra, oltre al tempestivo impegnarsi in politiche efficaci contro il cambiamento climatico. Se non ci diamo una mossa, la neve, per le future generazioni, sarà solo quella artificiale sparata sulle piste dai cannoni, una pratica tra l’altro a elevato costo ambientale. Per cambiare direzione al meglio, dunque bisogna confidare. Nella sapienza antica e nella capacità dell’umanità di scegliere nuove direzioni quando capisce di aver sbagliato strada. Altrimenti ci sveglieremo presto nella peggiore ambientazione scenografica che il cinema possa offrire, fingendo di credere che gli effetti speciali possano darci gli stessi doni e emozioni che un tempo, quando c’erano, ci davano le stagioni. Tutte e quattro. Mezze comprese.
Giulia Bonelli. E oggi non ci sono più, queste mezze stagioni. Lo dicono da decenni i proverbi della saggezza popolare ma lo dice anche la scienza del clima, che attraverso i dati satellitari ci mostra i drammatici effetti della crisi climatica sul nostro pianeta. Tra questi, inverni sempre più caldi e con sempre meno neve, come abbiamo appena ascoltato dalla voce di Caterina Brazzi Castracane, storica e ospite fissa del nostro podcast. Podcast che giunge qui al quinto e ultimo episodio di questa prima stagione, chiudendo così un piccolo ciclo di riflessioni da punti di vista differenti, dalla terra e dallo spazio, sul clima che cambia.
Come al solito, abbiamo cominciato prendendo spunto da un proverbio. Uno dei più belli, secondo me, tra quelli ispirati al clima: “dopo la neve buon tempo ne viene”, un detto che richiama l’antica speranza secondo cui dopo una forte nevicata possa tornare finalmente il bel tempo. Eppure, i meteorologi di oggi non ne sarebbero così convinti: neve e ghiaccio sono la prima e più potente cartina tornasole della crisi climatica, e se la neve sulle nostre città è sempre più rara, i ghiacciai del nostro pianeta si stanno lentamente, e inesorabilmente, sciogliendo. Io sono Giulia Bonelli e questo è Mezze Stagioni, un podcast dell’Agenzia Spaziale Italiana per capire il clima che cambia con uno sguardo storico-spaziale. Come abbiamo già visto nel quarto episodio, dedicato alla famosa “rondine che non fa primavera”, ovvero alla complessa correlazione causa-effetto nella crisi climatica, i poli del nostro pianeta sono le sentinelle del clima che cambia. Oggi ripartiamo da qui, dai poli, e ispirati dal nostro proverbio parliamo di neve e parliamo di ghiaccio. Lo facciamo da un punto di vista molto particolare, quello di una persona che racconta il cambiamento climatico attraversando in sella alla sua bicicletta alcune delle regioni della Terra tra le più esposte agli effetti del riscaldamento globale, senza farsi spaventare dalle condizioni più estreme. L’intervista è di Giuseppe Nucera, per la rubrica “Climi tempestosi”.
Giuseppe Nucera. In questo ultimo numero della rubrica Climi tempestosi raccontiamo le grandi avventure di Omar Di Felice, un ultracyclist, ovvero un ciclista estremo che partecipa a gare da oltre 300 km fino a imprese estreme di migliaia di km in diverse parti del mondo. Protagonista di esplorazioni in solitaria nei luoghi più remoti del pianeta e durante le stagioni più estreme, Omar di Felice nei suoi viaggi ha raccontato sui social i cambiamenti che le diverse zone della Terra stanno subendo a causa del riscaldamento globale e il peso dell’impatto umano. Tra le ultime di queste imprese estreme vi è il progetto Antartica unlimited.
Omar Di Felice. Antartica Unlimited è il progetto che mi ha visto tentare di attraversare l’Antartide in solitaria in bicicletta, provando a raggiungere il Polo Sud. Ho effettuato questo primo tentativo nel 2023, e poi il tentativo definitivo a cavallo tra novembre del 2023 e gennaio del 2024, che mi ha visto riuscire, seppur non a raggiungere il Polo Sud, comunque a registrare quella che è stata ed è ad oggi la seconda distanza più lunga mai pedalata da un ciclista solitario in Antartide.
Alla fine sono riuscito a percorrere 716 km in 48 giorni e l’ho fatto in solitaria dovendo trasportare con me tutto il necessario per vivere, sopravvivere e muovermi in quello che è il continente più remoto ed estremo del pianeta.
Giuseppe Nucera. Avventura questa raccontata nel libro “La mia Antartide” scritto da Di Felice, le spedizioni dell’ultracyclist non sono tuttavia solo delle imprese sportive, visto che prima, durante e dopo i suoi viaggi Di Felice è molto attivo sui social per alimentare una maggiore consapevolezza sul cambiamento climatico e i suoi effetti ambientali, coinvolgendo direttamente esperti scientifici e puntando sempre a una correttezza comunicazione in questo ambito.
Omar Di Felice. Sicuramente le mie spedizioni sono anche un modo per raccontare al pubblico la bellezza del mondo e ovviamente allo stesso tempo le sue criticità. Stiamo vivendo tutti quanti il grave cambiamento climatico, o meglio la crisi climatica sta che sta caratterizzando gli ultimi anni e che ci sta vedendo nella condizione di dover modificare quelle che sono le nostre abitudini, per far sì che poi le condizioni di vita che ci troveremo a sperimentare in futuro siano quantomeno comode e ci consentano di vivere in sicurezza. Sicuramente in questo sta aumentando quella che è la consapevolezza della società civile e in questo i social network ovviamente offrono un canale di diffusione fantastico, sebbene appunto poi il mondo della comunicazione sia molto complesso e si vedano da un lato molti divulgatori, persone che cercano di raccontare questi temi, affiancarsi poi anche ad operazioni magari un po’ più discutibili dove anziché green-Influencing possiamo parlare di vero e proprio green-washing.
Giuseppe Nucera. Nel suo viaggio in Antartide, l’ultracyclist italiano ha portato avanti la sua impresa da solo, circondato dal ghiaccio e dalla neve, elementi che sono tra le cartine tornasole più importanti del cambiamento climatico. Lo scioglimento dei ghiacciai sia in Artico sia in Antartide è, infatti, uno degli indicatori più concreti che testimoniano gli effetti del riscaldamento globale, così come la diminuzione delle nevicate nelle regioni alpine, che, insieme all’aumento delle temperature montane, causa il ritiro dei ghiacciai alpini. Fenomeni che Omar di Felice ha potuto osservare direttamente nei suoi viaggi, ma che ha poi analizzato con l’aiuto degli esperti, lasciando l’ultima parola sempre alla scienza.
Omar Di Felice. Io, muovendomi in bicicletta, ho la capacità di vedere come, ad esempio, mi è capito in Islanda piuttosto che in altri luoghi, ma basta anche affacciarsi alle nostre montagne lungo tutto quanto l’arco alpino, si può vedere, si vede quello che può essere il ritiro dei ghiacci piuttosto che la scarsità di innevamento; ma dietro questo ci devono essere i dati e ci deve essere poi realmente la consapevolezza di ciò che sta accadendo basandosi sui dati scientifici.
Io in Antartide mi sono mosso in un ambiente completamente bianco, completamente ghiacciato, che apparentemente ad occhio nudo non ha nessun tipo di problema. Ovviamente poi quando sono rientrato, grazie alla consulenza di esperti climatologici, tra cui il britannico Scott Duncan, siamo entrati nel profondo dell’analisi del periodo specifico in cui mi sono ritrovato ed effettivamente il mese di dicembre del 2023 e il gennaio del 2024 sono stati i 2 dicembre e gennaio più caldi degli ultimi 30 anni in Antartide e si sono registrate una serie di precipitazioni sopra la media di quelle che ci si attenderebbe in Antartide; quindi sì, in questo caso si può parlare di una tendenza climatica che volga verso un riscaldamento anche dell’Antartide, ma per farlo ovviamente non può bastare quella che è la mia percezione sul campo, ma deve essere avvalorata dai dati.
Giuseppe Nucera. Nei viaggi di Omar Di Felice si intrecciano quindi ambiente, scienza, comunicazione ma anche politica. Nel 2021 l’ultracyclist ha affrontato una lunga traversata in solitaria da Milano a Glasgow dove si svolgeva la Cop26: un viaggio di 2000 km in 8 lunghe tappe con cui Di Felice ha voluto elevare la bicicletta da strumento per una maggiore consapevolezza sul climate change a vero strumento per un cambiamento che interessa ambiente e società allo stesso tempo. Come dimostra il progetto Bike to 1.5 °C lanciato da Di Felice.
Omar Di Felice. Bike to 1.5 è il progetto di divulgazione attraverso il quale cerco di raccontare alcune delle zone più critiche del nostro pianeta facendolo attraverso quelle che sono le mie traversate, interviste che faccio tra le persone, tra le comunità locali, che poi sono, diciamo, le più impattate da quelli che sono i cambiamenti climatici e che spesso ci possono offrire quello che è il loro punto di vista attraverso le modifiche che il loro stile di vita sta effettuando. Penso ad esempio l’ultimo viaggio che ho fatto in Ladakh, questa regione nel nord dell’India lungo la catena himalayana, dove le persone si stanno trovando a sperimentare una forte scarsità di risorse idriche; quindi zone che già di per sé hanno poca disponibilità di acqua potabile si stanno ritrovando con l’incapacità di fronteggiare alle stagioni più calde. Stanno vivendo inverni sempre più aridi e inverni sempre più brevi con sempre meno neve, e quindi con una disponibilità idrica che li sta spingendo poi a trovare delle soluzioni alternative, come ad esempio gli ice stupa che sono questi, diciamo, ghiacciai artificiali, questi accumuli di ghiaccio che vengono fatti durante l’inverno per cercare poi di avere disponibilità maggiore di acqua durante l’estate. Il tutto poi rientra nell’ambito della divulgazione sui miei canali social, quindi attraverso una serie di dirette, di interviste, appunto, ad esperti, a tecnici, a scienziati a tutte persone che hanno un ruolo attivo e soprattutto che possono dare un contributo attivo in quella crescita di consapevolezza di cui abbiamo parlato; e soprattutto tra le scuole, perché credo fortemente che poi il valore di questa consapevolezza aumenti laddove la si riesca a creare e a far radicare tra le nuove generazioni.
Giuseppe Nucera. Futuro, scuola, social e cambiamento: parole che mettono proprio le nuove generazioni tra i primi destinatari dell’attività di comunicazione e della sfida di Omar Di Felice.
Omar Di Felice. Il messaggio che vorrei lasciare alle nuove generazioni è quello di cercare di guardare un po’ al di là di quelli che sono i nostri limiti apparenti. Cerco un pochino attraverso le mie esperienze non di dire prendete la bicicletta e attraversate l’Antartide, ma di fornire un esempio di quanto l’essere umano poi in realtà sia in grado di andare un po’ oltre quelle che sono le proprie capacità fisiche e mentali. Spesso noi ci vediamo più limitati di quanto non siamo in realtà, e invece abbiamo preteso dalla natura più di quello che la natura è in realtà in grado di darci, di dare all’essere umano e pretendiamo un po’ di meno da noi e quindi ci impegniamo un po’ di meno. Quindi io spingo e spero che le persone riescano a capire quanto il valore della singola azione, dell’impegno del singolo poi, moltiplicato per i tanti miliardi che siamo e abitiamo questo pianeta, possa generare un volano positivo e un impatto positivo in primis su quella che è la nostra qualità di vita sul pianeta Terra.
Giulia Bonelli. Ispirati dalle parole di Omar Di Felice, continuiamo anche noi il nostro viaggio in questa ultima puntata del primo ciclo di Mezze Stagioni. E restiamo ai poli, ma questa volta con uno sguardo dall’alto, quello dei satelliti per l’osservazione della Terra. Come sottolineava l’ultracyclist, le sue imprese sportive e di sensibilizzazione possono essere davvero efficaci solo se supportate da dati scientifici. E allora cerchiamo, ancora una volta, di capire meglio il nostro clima che cambia con uno sguardo dallo spazio. Lo facciamo insieme ad Alessandro Coletta, già Direttore della missione Cosmo-SkyMed dell’Agenzia Spaziale Italiana.
Alessandro Coletta. Lo scioglimento dei ghiacci è legato come è ovvio al cambiamento climatico, che sappiamo essere un fattore preponderante. Il mare attualmente, rispetto a 150 anni fa, si è alzato di 24 centimetri, e un terzo è accaduto negli ultimi 25 anni, dove c’è stato veramente un comportamento esponenziale del cambiamento climatico. La prima cosa da dire è che tra le 50 variabili essenziali che sono state identificate dagli scienziati per delineare il comportamento del nostro clima, che sono quindi variabili chimico-fisiche, biologiche, eccetera… di queste 50 variabili, 28 si possono osservare e analizzare da satellite, il che vuol dire che più del 50% di queste variabili possono essere controllate sistematicamente attraverso analisi satellitari. Per satelliti ovviamente si intende sensori di varia natura e di varie frequenze: ottici, multispettrali, radar, eccetera.
Giulia Bonelli. Ecco, e rispetto al monitoraggio dei ghiacciai, Alessandro Coletta, qual è il tipo di satellite più adatto?
Alessandro Coletta. È chiaro che dipende anche dal sensore che noi utilizziamo. Ad esempio Cosmo-SkyMed è una costellazione radar, quindi non guarda come i nostri occhi: non ha un comportamento come i satelliti che lavorano nel visibile, che funzionano essenzialmente come funzionano i nostri occhi – vedono con caratteristiche migliori, ma quello che vedono i nostri occhi. Quindi se non c’è il sole non si vede nulla, se ci sono le nuvole non si vede nulla. E sono chiamati sensori passivi, perché hanno bisogno di una luce, un contributo esterno, che illumini il loro sensore. E tipicamente questo è il Sole. Nel caso dei radar, invece, che sono sistemi attivi, sono dotati loro stessi di un’antenna che emette onde elettromagnetiche. Queste interagiscono con il terreno, provocando poi un segnale retro-riflesso che viene acquisito dal sensore e analizzato. Però perché nei ghiacciai i satelliti radar funzionano bene? Ti faccio un esempio. Mi ricordo che all’inizio del 2000 si staccò un iceberg mostruoso dalla baia di Ross in Antartide, che era lungo 260 chilometri e alto 40. Ora, dopo undici anni, quindi nel 2011, pezzi di questo ghiaccio si sono trovati in Nuova Zelanda. Il che vuol dire che la frantumazione, la creazione di iceberg molto grossi è particolarmente pericolosa, ad esempio, per la navigazione. Questo può avvenire sia in Antartide sia in Artide. Che succede? Che con un satellite radar, che può vedere di notte e può attraversare le nuvole, è chiaro che tu puoi monitorare i movimenti dei ghiacciai in sé, ma anche di questi iceberg molto grossi, cosa che non puoi fare con il satellite ottico, che non vede di notte.
Giulia Bonelli. Ok, quindi i satelliti radar, come Cosmo-Skymed, sono particolarmente adatti per il monitoraggio dei ghiacciai e anche più in generale per mappare le conseguenze degli eventi estremi legati al cambiamento climatico, ad esempio le alluvioni – ne abbiamo parlato nel terzo episodio del podcast. Però mi resta un dubbio tecnico, diciamo: quando si sente parlare di questo tipo di satelliti in genere si dice “radar ad apertura sintetica”: in che senso “apertura sintetica”, che cosa significa?
Alessandro Coletta. Al di là del parolone “radar ad apertura sintetica”, in realtà è abbastanza semplice. Tra l’altro è una brutta traduzione del “synthetic aperture radar”. Comunque, il radar è un radar, quindi un’antenna che emette un’onda elettromagnetica di una determinata frequenza nel range delle microonde, le stesse del forno con cui cuoci e riscaldi gli alimenti.
La data di nascita del radar ad apertura sintetica, dal punto di vista del brevetto, è all’inizio degli anni 50, [scoperta] fatta da un americano, Carl Wiley. È anche interessante il collegamento, ora che ci penso, di prima, tra microonde e radar: perché il microonde fu inventato proprio da un ingegnere che lavorava sui radar, il quale un giorno aveva lasciato una tavoletta di cioccolato dentro la giacca e si è accorto che quando lavorava questa si scioglieva sempre.
Giulia Bonelli. Cioè quindi la scoperta che le microonde potessero essere utilizzate per riscaldare il cibo deriva da qui? Dall’incidente di una tavoletta di cioccolata fusa?
Alessandro Coletta. Sì, proprio perché conseguentemente allo scioglimento ha pensato, “ma allora sto generando calore” e da lì poi è iniziato tutto. Poi fece l’esperimento con l’uovo che esplose… insomma, ci sono vari aneddoti. Però, vedi, il radar è attaccato anche alla cucina attuale. “Apertura sintetica” cosa significa? Ci si è accorti che la lunghezza dell’antenna di pochi metri, come quella che viene costruita, si riflette direttamente sulla risoluzione che puoi avere a terra. Hai bisogno di un’antenna molto molto grande per avere una risoluzione molto molto piccola. A quel punto tu non puoi costruire un’antenna lunga centinaia di metri o chilometri, come puoi portarla su? E allora si è pensato di utilizzare il tempo di volo del satellite. Supponiamo che all’istante T0 lui illumini un obiettivo. Mentre vola, lui continua a osservare per un certo periodo questo obiettivo. Quindi se tu consideri algoritmicamente tutto il tempo che lui ha osservato il bersaglio, considerando che va a una certa velocità, è come se riuscissi a sintetizzare un’antenna. Sintetiche perché? Perché non esistono, sono virtuali, sono costruite a terra algoritmicamente. Però invece di 10 metri ottieni 30 chilometri. Quindi con questi 30 chilometri virtuali riesci a ottenere delle risoluzioni a terra molto molto basse, quindi utili per gli obiettivi che tu hai.
Giulia Bonelli. Un’ultima domanda, Alessandro Coletta. Prima parlava delle 50 variabili essenziali identificate dagli scienziati per delineare il comportamento del nostro clima, e ci diceva che 28 di queste variabili possono essere analizzate via satellite. In che modo i satelliti misurano direttamente i cambiamenti climatici?
Alessandro Coletta. I cambiamenti climatici possono essere misurati o vedendo direttamente il comportamento di alcune variabile o vedendo gli effetti indotti. Siccome Cosmo-SkyMed non è un satellite che vede l’atmosfera, non può vedere le variabili che controllano l’atmosfera, e neanche il riscaldamento del mare – lì ci vorrebbe un satellite termico. Cosmo-SkyMed vede tutti gli effetti indotti. Satelliti attuali operativi come quello delle sentinelle di Copernicus hanno, oltre al radar l’ottico, vedono proprio l’atmosfera, capiscono l’inquinamento, capiscono la temperatura dei mari, il colore dei mari, e da ciò derivano un sacco di variabili che possono essere utilizzate. In Italia noi abbiamo anche Prisma, che è un satellite iper-spettrale che può molto: ha caratteristiche diverse da Cosmo perché è un satellite ottico, e ha la capacità di capire esattamente la natura dei bersagli che sta vedendo grazie al fatto di essere iper-spettrale, che significa semplicemente che può vedere in moltissime bande di frequenza. Per questo la soluzione migliore rimane sempre integrare costellazioni di satelliti diversi. Però questo punto mi viene in mente una cosa, che sottolineo: oggi l’Italia sta sviluppando una nuova costellazione di costellazioni, che è Iride. Saranno alla fine 68 satelliti, divisi in due batch diversi, in prima battuta ne partiranno 35. Sono destinati essenzialmente al controllo del sistema italiano da un punto di vista istituzionale, ma potranno avere un contributo europeo molto elevato. E avere i satelliti che sono sia radar, sia ottici, sia multi-spettrali, sia iper-spettrali ci dà un quadro molto completo.
Giulia Bonelli. L’integrazione di diversi dati satellitari e anche di satelliti di tipo diverso – dal radar all’ottico, dal multi all’iper-spettrale – ci permette di avere una panoramica sempre più completa del clima che cambia, come ci ha spiegato Alessandro Coletta, già Direttore della missione Cosmo-SkyMed dell’Agenzia Spaziale Italiana. Ma una volta che abbiamo tutti questi dati, che cosa ce ne facciamo? In che modo possiamo utilizzarli, ad esempio, per quantificare le responsabilità legate alle conseguenze della crisi climatica? In questo podcast abbiamo già parlato ampiamente del nostro ruolo – nostro inteso come genere umano – nel riscaldamento globale. E oggi vogliamo aggiungere un tassello in più: quello economico. Negli ultimi anni, infatti, i dati satellitari hanno rivoluzionato non soltanto la scienza del clima, ma anche gli studi di economia ambientale, che vanno proprio ad analizzare gli impatti economici dei cambiamenti climatici. Ne parliamo con il nostro prossimo ospite: Carlo Carraro, professore di Economia dei cambiamenti climatici all’Università Ca’ Foscari di Venezia, a cui chiediamo prima di tutto una panoramica sui metodi utilizzati per stimare economicamente i danni provocati dai cambiamenti climatici.
Carlo Carraro. Per molti anni, per molti decenni, la stima del danno economico dei cambiamenti climatici veniva fatta utilizzando dei modelli macroeconomici dell’economia globale, quindi dell’intero pianeta, di tutte le economie e di come queste interagiscono tra di loro, disaggregando il pianeta in 15, 20, 30 regioni, a seconda del grado di accuratezza e disaggregazione del modello. E questi modelli incorporavano anche delle variabili climatiche e calcolavano il valore economico dei danni provocati dai cambiamenti climatici. Ma in modo estremamente aggregato, calcolando delle funzioni di danno climatico collegate alle emissioni, che venivano collegate poi alle attività economiche, in particolare al consumo di combustibili fossili. Negli ultimi anni, proprio grazie ai dati satellitari, le cose sono cambiate, perché il dato satellitare ha permesso di avere una rappresentazione estremamente fine, molto dettagliata, dell’impatto dei cambiamenti climatici, su una scala geografica molto molto fine. E quindi è stato possibile pervenire a delle stime del danno da cambiamento climatico di tipo micro, non macro: micro, nel senso che si va a valutare – proprio grazie alle immagini satellitari – quali sono gli asset che sono stati colpiti dal cambiamento climatico, quindi le produzioni, le infrastrutture, le città, le comunità che sono state impattate, le attività economiche più in generale. E questo ha permesso di avere dei dati micro, dei dati molto fini, molto granulari, da cui poi per aggregazione arrivare alla stima del danno complessivo del cambiamento climatico su una certa area geografica o in modo aggregato su tutto il pianeta. Questo effettivamente ha permesso di avere un’enorme quantità di dati, collegati non solo al progresso delle rilevazioni satellitari, ma anche a un progresso di tipo statistico – tecniche di machine learning sono state applicate su queste grandi quantità di dati, che hanno permesso quindi di pervenire a una stima micro che si confronta con le valutazioni macro e che permette di avere due input sempre più affidabili dell’impatto economico dei cambiamenti climatici.
Giulia Bonelli. Questi due approcci per stimare i danni del cambiamento climatico – quello macro e quello invece micro, fornito anche dai dati satellitari – permettono quindi di arrivare al costo della crisi climatica da due punti di vista differenti. Ma di che cifre parliamo? Oggi siamo in grado di rispondere con un numero alla domanda “quanto costa la crisi climatica a livello globale?”
Carlo Carraro. Le cifre che abbiamo ottenuto con i modelli macro – e lo si rileva dai rapporti IPCC, che sono una sintesi di tutta la conoscenza che abbiamo sull’argomento – queste stime ci dicono che il costo oscillava tra un 2 e un 10% del PIL mondiale al 2050. Usiamo l’orizzonte 2050, perché ovviamente queste stime devono tener conto dell’orizzonte temporale, devono tener conto delle politiche attuate e devono tenere conto degli scenari di emissione: sono tantissime le variabili che vengono prese in considerazione. Però, in modo aggregato e in qualche modo approssimativo, potremmo dire che il costo stimato era tra il 2 e il 10%. Con le nuove stime di tipo micro, invece, abbiamo trovato che il costo è superiore. Gli ultimi studi pubblicati su Nature nel 2024 ci fanno vedere come aggregando migliaia di dati micro si arrivi a delle stime complessive aggregate del danno climatico che arrivano intorno al 15-20% del PIL mondiale al 2050. Quindi un impatto con queste stime microeconomiche più elevato di quelle che avevamo a livello macro.
Giulia Bonelli. E perché risultati così diversi? Sembrano cifre esorbitanti in entrambi i casi, però 2-10% del PIL da una parte e addirittura 15-20% dall’altra paiono scenari molto differenti, come mai?
Carlo Carraro. Una possibile spiegazione è che il modello macroeconomico in qualche modo introduce, internalizza un fenomeno di adattamento al cambiamento climatico legato alle variazioni di prezzi. Nel modello macro, nel momento in cui c’è uno shock climatico, un evento estremo, ad esempio, questo altera la produzione di beni, la produzione di cacao, per esempio, o di un qualche minerale, o una infrastruttura che viene danneggiata. Questa altra domanda-offerta sui mercati genera un cambiamento di prezzi che modifica i comportamenti di consumatori e imprese. Questo è un fenomeno di adattamento endogeno che non viene catturato dai modelli micro, che invece calcolano l’impatto puro del cambiamento climatico. Allora, uno può ritenere più affidabile l’una o l’altra. La conclusione però importante è che sono numeri molto, molto grandi. E che sono numeri che vanno confrontati con quelli che sono i danni del cambiamento climatico già misurati, perché anche qui la scienza dell’attribuzione del danno da cambiamento climatico ha fatto grandi progressi, e non solo in campo accademico ma anche nei rapporti degli organismi internazionali o delle compagnie di assicurazione. Giusto per citare queste ultime, le compagnie di assicurazione, Swiss Re, per esempio, nel suo ultimo rapporto, stima che nel 2023 il danno complessivo da cambiamento climatico sia stato a livello globale di 280 miliardi di dollari, che è lo 0,28% del PIL mondiale, quindi più di un quarto di punto di PIL mondiale andato perso per i cambiamenti climatici già esistenti, cioè quelli che abbiamo osservato nel passato. E la traiettoria di crescita appunto è molto rapida, e punta in assenza di azioni, in assenza di misure di contenimento del cambiamento climatico, ad un livello che può andare tra il 2 e il 10 per i modelli macro e tra il tra il 15 e il 20 per i modelli micro. Ma ripeto, sono comunque valori estremamente elevati del danno complessivo da cambiamento climatico.
Giulia Bonelli. Ecco, lei ha citato l’elefante nella stanza, cioè ha detto giustamente “in assenza di misure di contenimento del cambiamento climatico”. Perché queste cifre esorbitanti in qualche modo ci inchiodano alle nostre responsabilità, e ci dicono chiaramente che se non interveniamo il trend da qui anche solo al 2050, che è dietro l’angolo, sarà catastrofico. Carlo Carraro, lei è stato co-fondatore del CMCC e per 14 anni vicepresidente del Gruppo III dell’IPCC, coordinando le attività di ricerca sulla mitigazione dei cambiamenti climatici per il Sesto Rapporto dell’IPCC. Quindi, data anche questa sua esperienza in prima linea, ci riassume un po’ quali sono, queste misure necessarie per contenere il cambiamento climatico?
Carlo Carraro. Questa è la parte più facile, perché su quali debbano essere le politiche c’è grande consenso a livello internazionale. Noi sappiamo che il principale settore che emette gas serra è quello della produzione di combustibili fossili, quindi dobbiamo sostituire i combustibili fossili con combustibili a zero emissioni o a basso livello di emissioni. Abbiamo un ventaglio ampio di possibilità che va valutato sulla base della loro efficacia e sulla base del loro costo. Per cui oggi, ad esempio, la scelta di spingere verso le rinnovabili non è soltanto una scelta di tipo ambientale, perché questo permette appunto di sostituire i combustibili fossili con combustibili a zero emissioni, ma è anche una scelta di tipo economico, perché permette anche di ridurre i costi di energia, perché oggi le rinnovabili costano meno dei combustibili fossili. Certo, dobbiamo tener conto dei problemi intermittenza, dei problemi di stoccaggio, dei problemi di sviluppo delle reti; però nel complesso, di nuovo a livello macroeconomico, aggregando i pro e i contro, si dimostra che questa via costa meno che non rimanere sulla via passata di continuare a usare i combustibili fossili. Questo costo, tra l’altro, va sempre confrontato con i costi del non fare – che sono i costi di cui parlavamo prima, i costi del cambiamento climatico se non facciamo nulla. Quei numeri che raccontavo prima, “se non facciamo nulla” sono quelli che dobbiamo avere in mente quando andiamo a calcolare i costi invece delle politiche. Ovviamente se contiamo i costi del non fare il vantaggio, il guadagno che abbiamo dalla mitigazione è assolutamente innegabile e straordinario ma bisogna saper guardare lontano perché i costi del non fare si manifestano soprattutto avanti nel tempo mentre nel breve periodo abbiamo soprattutto i costi del fare. E quindi l’analisi viene fatta in questo modo: la scelta della traiettoria di mitigazione di riduzione emissioni deve essere fatta sulla base delle tecnologie disponibili. Tecnologie che cambiano rapidamente, e che sono il vero driver del cambiamento: abbiamo menzionato le rinnovabili oggi più convenienti dei fossili, parliamo dei trasporti: anche lì, una transizione verso l’elettrico progressiva, ma che si basa soprattutto sul crollo del costo delle batterie al litio, che costano 1/10 di quello che costavano dieci anni fa, ma soprattutto della disponibilità di materie prime, che oggi è molto maggiore rispetto a quello che avevamo anche solo 5 o 6 anni fa. Quindi sono dei cambiamenti estremamente rapidi di cui dobbiamo tener conto. Tutto questo purtroppo nasconde grandi squilibri a livello internazionale. Quanto detto è vero soprattutto nei Paesi sviluppati; nei Paesi in via di sviluppo non è così. I costi sono competitivi, sono bassi nei Paesi sviluppati, molto meno nei Paesi in via di sviluppo. Le risorse finanziarie sono distribuite anche queste in modo molto iniquo. Siamo arrivati a un trilione e 700.000 nel ‘23 investiti nella transizione verde – abbondanti nei Paesi sviluppati, molto meno abbondanti, anzi scarsi, nel Global South, dove si investe soltanto 1/10 della grande torta complessiva, del grande ammontare di risorse che oggi sono destinate per questioni di profittabilità, più che per questioni ambientali, alla transizione verde. Quindi abbiamo questi forti squilibri internazionali che dobbiamo sanare.
Giulia Bonelli. Ecco, per concludere volevo arrivare proprio a questo punto, a questo squilibrio internazionale cui accennava. Un altro aspetto fondamentale di cui tenere conto è che i Paesi che inquinano meno sono anche quelli che più subiscono le più gravi conseguenze della crisi climatica. Ne abbiamo parlato nel quarto episodio del podcast, ad esempio per quanto riguarda gli sforzi di negoziazione durante le Cop, per arrivare a un fondo loss and damage che possa in qualche modo compensare i paesi più danneggiati dai maggiori inquinatori del pianeta. Ma la sensazione, ad oggi, è che siamo ancora molto indietro, e che la strada da fare sia ancora tantissima.
Carlo Carraro. Siamo molto in ritardo, e la politica è largamente insufficiente. Il fondo loss and damage è un punto di partenza importante, purtroppo però i Paesi che hanno aderito sono ancora pochi e l’ammontare delle risorse raccolte è ancora largamente insufficiente. Una piccola goccia nel mare. I Paesi in via di sviluppo avrebbero bisogno di risorse molto più importanti non necessariamente derivate dal fondo loss and damage – quello ha caratteristiche molto particolari di compensazione per i danni passati. Servono grandi piani di sviluppo per questi Paesi, che permettono a questi Paesi di far fronte ai cambiamenti climatici nel senso di adattarsi. Servono grandi politiche di adattamento in questi paesi, perché il danno che loro provocano, le emissioni che producono, sono estremamente limitati, una piccola percentuale del complessivo ammontare di emissioni a livello globale. La giustizia climatica, come viene chiamata, che è quella di indennizzare i Paesi più poveri per i danni che hanno subito e che continuano a subire a causa delle emissioni dei paesi più ricchi, in realtà andrebbe letta soprattutto come una strategia di crescita economica che ha grandi benefici anche per i paesi che la finanziano. Ci sono tanti benefici dal lavorare insieme verso un mondo più equo, che fanno parte di quella visione lungimirante che vorremmo vedere in tutte le scelte che a livello economico e a livello politico vengono prese tutti i giorni.
Giulia Bonelli. E con questo auspicio, di una visione più lungimirante nell’affrontare la crisi climatica, termina il nostro podcast. Ci piacerebbe poter dire che anche per il nostro clima “Dopo la neve buon tempo ne viene”, come ci avete ricordato anche voi inviandoci il nostro proverbio di oggi nei vostri bellissimi dialetti regionali. Ma abbiamo visto che la strada è ancora lunga, e tutt’altro che semplice. Non resta dunque che provare a promuovere, oltre alle politiche di mitigazione, anche quel cambiamento culturale necessario per far fronte al cambiamento climatico globale. E con questo io vi saluto, e vi ringrazio per averci accompagnati in questo nostro viaggio tra le Mezze Stagioni.




