Era il 6 dicembre 2025 quando la sonda Maven della Nasa scomparve dietro Marte, interrompendo per sempre le comunicazioni con la Terra. Quando riemerse dall’altra parte del pianeta, infatti, non rispondeva più ai segnali inviati dai controllori di missione.
Dopo sei mesi di tentativi di recuperare il contatto, lo scorso giugno la Nasa ha dichiarato ufficialmente conclusa la missione.
Ma restava da chiarire che cosa avesse provocato il malfunzionamento fatale. A quasi un anno dall’incidente, una recente indagine dell’agenzia spaziale americana ha ricostruito le probabili cause della perdita della sonda: un’anomalia informatica e il malfunzionamento di un sistema di controllo dell’assetto avrebbero innescato una rotazione incontrollata, dalla quale Maven non sarebbe più riuscita a riprendersi.

Secondo il rapporto finale della commissione d’indagine, il problema sarebbe iniziato con un improvviso riavvio del computer di bordo, probabilmente causato da un errore del software o da un’anomalia elettronica indotta dalle radiazioni spaziali.
Durante questo riavvio, il computer avrebbe attivato un’unità di misura inerziale, chiamata Imu, un dispositivo dotato di giroscopi che misurano la velocità di rotazione della sonda. L’unità, che aveva già manifestato problemi negli anni precedenti, avrebbe fornito al computer informazioni errate sulla velocità di rotazione. Il sistema di controllo, nel tentativo di correggere un movimento che in realtà non corrispondeva ai dati ricevuti,  avrebbe quindi azionato i propulsori, facendo ruotare Maven sempre più velocemente su sé stessa.
I dati recuperati dopo l’incidente mostrano che la sonda aveva raggiunto una velocità di 2,7 giri al minuto ed era rimasta intrappolata in un ciclo vizioso di correzioni contraddittorie. Un gruppo di propulsori riusciva a rallentarla fino a 2,3 giri al minuto, ma l’attivazione di un secondo gruppo la riportava alla velocità precedente.
Il sistema progettato per mantenere stabile la sonda, in pratica, ha finito per alimentarne la rotazione incontrollata.

Non solo, ad aggravare il problema c’era un’altra circostanza particolare. Maven disponeva di due unità di misura inerziali, entrambe soggette a deterioramento nel corso della missione. Per aggirare il problema, gli ingegneri avevano sviluppato una modalità di controllo alternativa, che utilizzava gli inseguitori stellari per determinare l’orientamento della sonda senza ricorrere ai giroscopi.
Una soluzione efficace che, però, non funzionava nelle procedure di sicurezza, durante le quali il computer tornava ad affidarsi proprio ai sensori difettosi. Una nuova modalità di controllo, utilizzabile anche in queste condizioni, era in fase di sviluppo, ma non  era ancora stata completata al momento dell’incidente.
La rotazione incontrollata, inoltre, avrebbe impedito ai pannelli solari di mantenere un orientamento adeguato rispetto al Sole, privando progressivamente Maven dell’energia necessaria al funzionamento. L’esaurimento delle batterie avrebbe infine causato la perdita definitiva delle comunicazioni; i dati disponibili non consentono però di confermarlo.
Un incidente simile si era già verificato nel 2014 con Stereo-B, una sonda della Nasa dedicata allo studio del Sole, dotata di un’unità inerziale dello stesso produttore. Anche in quel caso, il malfunzionamento del sensore aveva indotto il sistema di controllo a interpretare dati errati come movimenti reali, provocando una rotazione incontrollata della sonda.

L'orbita percorsa da Maven quando era in attività. Raggiungeva l'alta atmosfera di Marte per comprendere i cambiamenti climatici sul pianeta (Crediti Nasa/Gsfc)

L’orbita percorsa da Maven durante la sua attività scientifica, iniziata nel 2014. Raggiungeva l’alta atmosfera di Marte per comprendere i cambiamenti climatici sul pianeta (Crediti Nasa/Gsfc)

Nel corso delle indagini, la commissione ha escluso altre possibili cause, tra cui guasti alle batterie e al sistema di propulsione. È stata valutata anche l’ipotesi di un impatto con un micrometeoroide o con detriti presenti nell’orbita marziana, ma i calcoli hanno indicato una probabilità estremamente bassa: tra una su un miliardo e una su dieci miliardi.
L’indagine non ha comunque potuto stabilire con certezza la causa iniziale del guasto, data la quantità limitata di dati telemetrici disponibili.

La perdita di Maven ha posto fine a una missione scientifica durata oltre undici anni, ben oltre l’anno inizialmente previsto. Lanciata nel novembre 2013 e arrivata in orbita attorno a Marte nel settembre 2014, la sonda era stata progettata per studiare l’alta atmosfera marziana e comprendere i processi che, nel corso di miliardi di anni, hanno trasformato un pianeta anticamente ricco di acqua liquida nel mondo freddo e arido che conosciamo oggi.

Tra i suoi risultati più importanti figura una scoperta annunciata nel maggio 2025, pochi mesi prima della perdita dei contatti: la prima osservazione diretta dello sputtering atmosferico, un processo attraverso il quale particelle energetiche colpiscono l’atmosfera marziana, espellendo atomi e molecole che si disperdono nello spazio. Le misurazioni di Maven hanno mostrato che questo fenomeno avviene a un ritmo oltre quattro volte superiore a quello previsto dai modelli precedenti.
Si tratta di un risultato fondamentale per comprendere come Marte abbia progressivamente perso gran parte della propria atmosfera, contribuendo alla scomparsa delle condizioni che in passato consentivano la presenza di acqua liquida sulla superficie.
Sebbene Maven abbia smesso di comunicare con la Terra, i dati raccolti in oltre undici anni di attività continueranno ad aiutare gli scienziati a ricostruire la storia del Pianeta Rosso.

Guarda anche un video che racconta delle indagini di Maven sul vento solare👉

Immagine in alto: la sonda Maven in una ricostruzione artistica mentre orbita attorno a Marte
Crediti: Nasa’s Goddard Space Flight Center

 

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