Se alla parola ‘satellite’ associate solitamente l’immagine di un oggetto in orbita intorno a un corpo celeste, beh, avete ragione. Ma forse non è altrettanto immediata l’idea di entità che orbitano intorno a intere galassie, come la nostra. Nel caso della Via Lattea, sono state censite circa una sessantina di formazioni classificabili come ‘satelliti’, costituite da deboli galassie nane o da antichi ammassi di stelle; tuttavia, gli scienziati sospettano che il numero reale sia molto più elevato e che esistano centinaia di strutture ancora non individuate, perché talmente fioche da confondersi con il fondo stellare della nostra galassia, sfuggendo così alle osservazioni dei telescopi tradizionali.

Ora, due nuovi studi, di cui uno coordinato dall’Università di Yale e pubblicato su Research Notes of the Aas e l’altro accettato per la pubblicazione su The Astrophysical Journal Letters (coordinato dall’Università di Chicago, prewiew a questo link), mostrano come, grazie al Vera C. Rubin, il nuovo osservatorio dotato della più grande fotocamera digitale mai realizzata per l’astronomia, anche le deboli emissioni di queste formazioni ‘nascoste’ potranno essere rilevate e censite. Il gioiello tecnologico che svetta a oltre 2.600 metri di altitudine sulle Ande cilene, riesce, infatti, a scrutare i dettagli di enormi porzioni di cielo australe con una sensibilità senza precedenti, acquisendo immagini più uniche che rare di oggetti che per decenni erano sfuggiti alle indagini.

Già durante la fase preliminare di test, prima ancora che il programma scientifico entrasse pienamente a regime, l’osservatorio Rubin ha individuato due nuove realtà satelliti che orbitano intorno alla Via Lattea e che nessuno aveva mai identificato finora: la prima è Aquarius IV, una probabile galassia piccola e buia situata nelle regioni più esterne dell’alone galattico, a circa 355 mila anni luce dalla Terra. Per gli astronomi è un oggetto interessante perché assomiglia molto alle galassie nane più antiche che conosciamo e conserva probabilmente tracce delle prime fasi di formazione dell’Universo. Senza la gigantesca fotocamera da 3,2 gigapixel del Vera Rubin non saremmo mai riusciti a scovarlo, date le sue dimensioni modeste e la scarsissima luminosità che emette.

Dall’altro lato della Via Lattea si nascondeva invece Rubin-GC1, un ammasso stellare reso invisibile da una fitta barriera di polveri interstellari. Le analisi indicano che potrebbe avere un’età di circa nove miliardi di anni e potrebbe essere un pezzo della galassia nana del Sagittario, progressivamente smembrata dall’attrazione gravitazionale della Via Lattea. Se l’ipotesi sarà confermata, rappresenterà una prova concreta di come la nostra galassia sia cresciuta cannibalizzando i sistemi più piccoli.

Al di là dell’interesse per le singole scoperte, la vera portata del risultato riguarda le potenzialità per la ricerca di quello che viene considerato uno degli strumenti astronomici più avanzati mai realizzati. Gli scienziati hanno ottenuto queste scoperte analizzando appena il 7% del cielo notturno, con dati raccolti tra l’aprile 2025 e il gennaio 2026, un periodo brevissimo se confrontato con la prospettiva decennale del Legacy Survey of Space and Time. Il programma scientifico del Vera Rubin ha, quindi, ottime chances di scoprire centinaia di entità satelliti della Via Lattea, creando un atlante ad altissima definizione del nostro vicinato cosmico, mappando fenomeni ed oggetti finora mai visti.

Riuscire a studiare fossili cosmici come Aquarius IV, che ospitano pochissime stelle rispetto alle galassie come la nostra e risultano costituiti quasi interamente da materia oscura, ci permetterà, inoltre, di capire meglio come, miliardi di anni fa, si sono ‘accese’ le prime galassie e che ruolo ha avuto questa misteriosa e invisibile componente dell’universo in tutto ciò.

mappa Vera Rubin

Quanto cielo può osservare il telescopio Rubin in una sola settimana? Questa mappa mostra una settimana rappresentativa di osservazioni del  Vera Rubin per la Legacy Survey of Space and Time. Il colore di ogni tassello rappresenta il filtro utilizzato per ciascuna esposizione (u, g, r, i, z e y), mostrando come Rubin crei rapidamente una mappa multicolore dell’Universo. Nsf–Doe Rubin Observatory/NoirLab/Slac/Aura.

 

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Immagine in alto: una mappa del cielo delle stelle nella Via Lattea e nel suo ambiente, che utilizza i dati del satellite Gaia. L’area del cielo osservata dal telescopio Rubin come parte della “Data Preview 2” è sfumata in rosso. Le posizioni di Rubin-GC1 e Aquarius IV appaiono rispettivamente in arancione e blu. Rubin-GC1 si distingue nettamente come una collezione di numerose stelle. Aquarius IV, che è molto più distante, è a malapena rilevabile a occhio nudo nell’immagine, ma è stato identificato con un’elevata affidabilità dagli algoritmi di ricerca automatizzati. (Crediti: Nsf-Doe Vera C. Rubin Observatory/NoirLab/Slac/Aura, Esa/Gaia/Dpac, W. Cerny)