Quando arriverà su Titano, Dragonfly dovrà affrontare un ambiente complesso e decisamente ostile: temperature ben sotto lo zero, piogge di metano e un’atmosfera quattro volte più densa di quella terrestre. A partire dal 2034 e per tre lunghi anni, il drone della Nasa che esplorerà la luna di Saturno alla ricerca di tracce dell’origine della vita, a circa un miliardo e mezzo di chilometri dalla Terra, dovrà adattarsi a condizioni che cambiano rapidamente, interpretare i dati, capire il contesto e correggere la rotta quando necessario. E dovrà riuscire a fare tutte queste manovre in completa autonomia, poiché le distanze proibitive escludono interventi da Terra.
Proprio per questo, il successo del test di volo simulato nei laboratori del Johns Hopkins Applied Physics Laboratory (Apl), in Maryland, è un traguardo di grande rilievo per il team di missione: i tecnici hanno interconnesso l’hardware di bordo – computer, avionica e sensori – facendoli dialogare in tempo reale con un ambiente virtuale che riproduceva fedelmente le condizioni ambientali di Titano. Il velivolo ha dimostrato di saper completare l’intera sequenza di volo senza incidenti e senza richiedere interventi dall’esterno: decollo, sorvolo della zona, ricognizione e identificazione autonoma di una zona sicura per l’atterraggio.

Screenshot della simulazione del “primo volo” di Dragonfly. Eseguita su banchi di prova informatici simili a quelli di volo presso il Johns Hopkins Applied Physics Laboratory (Apl), la simulazione completa ha incorporato la maggior parte dei sistemi e delle manovre che il velivolo a rotore utilizzerà quando arriverà su Titano nel 2034. La linea blu/verde segna la traiettoria di volo di Dragonfly, mostrando come il velivolo abbia sorvolato un sito di atterraggio sicuro, sia tornato indietro e abbia iniziato la sua discesa finale. Crediti: Nasa/Johns Hopkins Apl.
Un risultato degno di nota, cui si è arrivati con tempo e pazienza. Negli ultimi anni, il team ha testato ogni singolo componente, un pezzo alla volta: prima la rotazione dei singoli rotori, poi alcuni brevi spostamenti, fino ad arrivare a questo test definitivo, che ha visto l’integrazione delle nuove telecamere di navigazione e del sistema Lidar, lo strumento laser grazie a cui il drone riuscirà a mappare il terreno, calcolare le pendenze ed evitare ostacoli, trovando un punto sicuro per atterrare senza rischiare di schiantarsi.
La simulazione ha permesso di verificare la stabilità del drone, la risposta ai comandi e la sincronizzazione tra gli otto rotori, cruciale per non perdere l’assetto nella densa e fredda coltre arancione della luna.
Ma gli esami per Dragonfly non sono finiti. Nelle prossime prove gli ingegneri includeranno scenari estremi, con input anomali e guasti improvvisi, per verificare se l’intelligenza di bordo sarà in grado di gestire in autonomia gli imprevisti anche nelle situazioni più critiche. Perché nello spazio profondo sapersela cavare da soli non è una scelta, ma un imperativo.
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Immagine in alto: Il tecnico Emory Toomey installa una delle due telecamere di navigazione di Dragonfly in una camera bianca presso il Johns Hopkins Applied Physics Laboratory (Apl) a Laurel, in Maryland, il 19 agosto 2026. Crediti: Nasa/Johns Hopkins Apl/Ed Whitman




