La ricerca di tracce di vita su Marte è uno dei grandi obiettivi, se non quello più importante, dell’esplorazione del Pianeta Rosso. Sappiamo che miliardi di anni fa sulla sua superficie scorrevano fiumi e si estendevano grandi laghi, creando ambienti che avrebbero potuto offrire condizioni favorevoli alla vita.
Oggi però, a distanza di miliardi di anni, trovare resti di un’eventuale vita microbica marziana diventa una sfida estremamente ardua. Non è solo complicato riconoscerne le tracce, dopo tutto questo tempo, bisogna innanzitutto capire bene dove cercarle, in quali ambienti potrebbero essersi conservate e sotto quale forma.
La metodologia di ricerca è il primo passo fondamentale per ottenere risultati. Nel caso di Marte, però, le cose sono ancora più complicate. L’unico pianeta sul quale sappiamo con certezza che esista la vita è il nostro, ma la Terra di oggi è profondamente diversa dal Pianeta Rosso.
Sulla Terra esistono però dei luoghi dove rocce antichissime, formatesi in condizioni paragonabili a quelle dell’antico Marte, hanno conservato testimonianze di forme di vita vissute in un remoto passato.
Un esempio sono le Highlands scozzesi: tra le coste e le scogliere della regione di Clachtoll affiorano le rocce della formazione di Stoer, che preservano tracce di vita microbica risalenti a circa 1,2 miliardi di anni fa e si sono formate in ambienti che presentano analogie con gli antichi laghi e fiumi marziani.
È qui che la scorsa estate è arrivato il Goddard Instrument Field Team della Nasa, un gruppo di ricercatori specializzato proprio nello studio degli ambienti estremi della Terra come analoghi di quelli presenti su altri mondi.
Con gli strumenti scientifici caricati sulle spalle, gli scienziati hanno percorso coste e scogliere del Clachtoll, a caccia dei siti più interessanti, lavorando tra un’alta marea e l’altra e approfittando delle brevi finestre in cui i pendii erano asciutti e accessibili. L’equipaggiamento che avevano gli permetteva di analizzare direttamente la composizione chimica e mineralogica delle rocce, mentre l’osservazione dell’ambiente circostante forniva indizi sulle condizioni in cui si erano formate. I campioni più interessanti sono stati poi raccolti e portati in laboratorio per analisi molto più approfondite.

Ricercatori del Goddard Space Flight Center della Nasa e Università di Purdue University analizzano la Baia di Stoer, in Scozia, e raccolgono campioni. Il livello dell’acqua in questo sito di lavoro varia da 3 a 4,5 metri a causa delle maree; la pozza in primo piano, a destra sulla sommità delle rocce, è provocata dalla marea. (Crediti: Nasa/Pedro Cota)
Dietro questa spedizione c’è anche una scoperta fatta a decine di milioni di chilometri di distanza: nel cratere Jezero, su Marte, il rover Perseverance ha individuato nelle rocce dei particolari reduction spots, zone alterate da reazioni chimiche che potrebbero, in determinate condizioni, essere legate all’attività di antichi microrganismi.
Non costituiscono una prova dell’esistenza di vita su Marte, perché processi di questo tipo possono avere anche un’origine non biologica, ma è proprio qui che le rocce scozzesi diventano preziose. Studiando sulla Terra strutture e trasformazioni chimiche conservate in rocce che contengono effettivamente tracce di antica vita microbica, i ricercatori possono cercare di capire quali segnali siano realmente indicativi di processi biologici e quali, invece, possano essere spiegati soltanto dalla geologia e dalla chimica.
I campioni raccolti nelle Highlands subiranno analisi approfondite nei laboratori, dove il lavoro entra in una nuova fase. Gli strumenti portatili utilizzati sulle scogliere hanno permesso di individuare e caratterizzare le rocce più interessanti direttamente sul posto, ma per estrarre informazioni più dettagliate analizzando le tracce chimiche e mineralogiche lasciate dall’antica vita nelle rocce di Stoer, è necessario usare apparecchiature molto più sofisticate, impossibili da trasportare sul campo.
I risultati serviranno a interpretare meglio i dati provenienti da Marte, ma anche ad aiutare i team delle missioni a scegliere nuovi obiettivi da far studiare ai rover e preparare la comunità scientifica all’eventuale analisi futura di campioni marziani.
La corretta metodologia nella ricerca della vita su Marte, insomma, potrebbe trovare una parziale risposta sulla Terra, custodita da oltre un miliardo di anni nelle rocce delle Highlands scozzesi.
Guarda anche il video sulla scoperta di grandi molecole organiche da parte del rover Curiosity, analizzando un campione prelevato dalla roccia chiamata “Cumberland”, nella zona di Yellowknife Bay: 👉
Foto in apertura dell’articolo: arenaria rossa con macchie di riduzione (grigio-verde) che si può trovare nella Baia di Stoer in Scozia. Le macchie di riduzione sono a volte la prova di antica vita microbica che interagisce con la roccia, ma possono essere formate anche in altri modi
Crediti: Nasa/Pedro Cota




