Chi è al coperto quando piove, è ben matto se si muove. Un proverbio di saggezza popolare che parla di prudenza e responsabilità, e che oggi, nell’epoca della crisi climatica, suona più attuale che mai. Perché se è vero che la pioggia è sempre esistita, è altrettanto vero che piogge torrenziali, alluvioni e inondazioni stanno diventando sempre più frequenti e intense, con conseguenze drammatiche per territori e comunità.
Il terzo episodio del podcast Mezze Stagioni parte proprio da qui e costruisce un viaggio tra storia, scienza del clima, gestione del territorio e osservazione spaziale, per capire perché eventi che chiamiamo “naturali” producono oggi danni sempre più gravi. Un percorso che mette al centro un tema spesso rimosso: la responsabilità umana.
La storica Caterina Brazzi Castracane ci accompagna alle origini culturali del proverbio, mostrando come l’esperienza diretta degli eventi atmosferici abbia da sempre alimentato proverbi e moniti legati al buon senso. Ma letti con gli occhi di oggi, quei detti popolari rivelano una chiave di lettura più profonda sul nostro rapporto con la natura.
Con Laura Candela dell’Agenzia Spaziale Italiana entriamo nel cuore delle emergenze ambientali contemporanee: dal ruolo della Protezione Civile all’uso dei dati satellitari per monitorare alluvioni, mappare i danni e supportare le operazioni di soccorso. Dallo spazio arrivano strumenti fondamentali per comprendere in tempo reale ciò che accade al suolo.
È proprio dal suolo che riparte il racconto con Paolo Pileri, professore di pianificazione territoriale ambientale al Politecnico di Milano. Con lui scopriamo perché la cementificazione e l’impermeabilizzazione del territorio amplificano gli effetti delle piogge estreme, trasformando l’acqua in una minaccia. Un invito a guardare sotto i nostri piedi per capire come siamo arrivati fin qui, e cosa possiamo fare per cambiare rotta.
Mezze Stagioni è un podcast dell’Agenzia Spaziale Italiana per capire il clima che cambia con uno sguardo storico-spaziale.
Autori: Giulia Bonelli e Giuseppe Nucera
Storia dei proverbi: Caterina Brazzi Castracane
Post-produzione: Paola Pagone
Musica: Luca Cipriani
Consulenza su identità visiva e social: Italiaonline
Consulenza editoriale: Daniela Amenta
Coordinamento editoriale: Giuseppina Pulcrano e Manuela Proietti
Ascolta “Chi è al coperto quando piove, è ben matto se si muove”, il terzo episodio del podcast Mezze Stagioni
Ascolta “Chi è al coperto quando piove, è ben matto se si muove” su Spreaker.
Leggi lo script completo di “Chi è al coperto quando piove, è ben matto se si muove”, il terzo episodio del podcast Mezze Stagioni
Caterina Brazzi Castracane. Chi è al coperto quando piove, è ben matto se si move; se si move e se si bagna, è ben matto se si lagna. Elementare, Watson, direbbe Sherlock. Perché se si ha l’ardire di uscire col mal tempo, una cosa di sicuro è certa: il bagnarsi; e dunque al fine inutile risulta lanciare strali lamentosi e avversi contro Giove Pluvio, forse responsabile della pioggia, ma non preposto certo a far asciugare più in fretta i calzini. Questo proverbio risuona dunque come un sillogismo, un monito logico e deduttivo, che ben incarna l’antica sapienza popolare basata sull’esperienza. Non è un caso che lo troviamo tra gli adagi raccolti dal toscano Giuseppe Giusti, colto intellettuale e poeta, defunto a Firenze nel 1850 e artefice di una prima antologia di sentenze e detti in lingua italiana, che accomunano la nostra Nazione dapprima dell’unità. Se l’osserviamo con gli occhi dell’oggi, tuttavia, c’è qualcosa di più profondo della storia in questo monito, un qualcosa che ci può spingere verso una più ampia riflessione sulla connessione tra cambiamento climatico e origine antropica. Se ci pensiamo infatti, l’adagio suona anche come una versione meno aulica del contrappasso dantesco, parafrasato nel tanto trito e moralistico chi è causa del suo mal, pianga sé stesso. E così, se leggiamo l’amplificarsi di fenomeni metereologici quali piogge torrenziali, alluvioni e inondazioni come alcuni dei mali attuali, spunta naturale la domanda sul di chi sia la responsabilità (versione aggiornata della colpa) del loro peggiorare; ahinoi, la risposta risulta di una semplicità disarmante e la cosa è ormai risaputa e dimostrata: la causa di tali mala tempora è nostra, di noi umani così tracotanti da pensare di poter superare anche i limiti della natura credendoci immortali. Dunque sì, siamo stolti nel reputarci tapini e miseri quando madre natura sembra accanirsi contro di noi, ma soprattutto quando fingiamo di non sapere, deresponsabilizzandoci del ruolo attivo che abbiamo, collettivamente, nel creare un humus per il quale le manifestazioni climatiche tenderanno solo a peggiorare se non agiamo rapidamente e in controtendenza per migliorare il nostro rapporto con l’ambiente. Questo motto ci ricorda ancora che una sola cosa è certa in entrambi i casi ivi esposti: la follia. Quindi, se fortunatamente quando piove possiamo evitare di dirazzare verso la stoltezza standocene al riparo, usiamo quel tempo per informarci, leggere, studiare e contribuire così anche noi a costruire un futuro migliore. C’è sempre qualcosa che si può fare, prima di piangere sul latte versato. Anche qui è saggezza di proverbio, provare per credere.
Giulia Bonelli. E dunque la saggezza dei proverbi oggi ci porta a parlare di un tema piuttosto complesso, in generale nella vita, ma a maggior ragione quando si tratta di crisi climatica: questo tema è la responsabilità. Lo abbiamo appena sentito dalla nostra Caterina Brazzi Castracane, storica e ospite fissa di questo podcast, che senza troppi giri di parole ci inchioda alle nostre responsabilità – nostre intese come genere umano – rispetto alle conseguenze più estreme del cambiamento climatico. Come le piogge torrenziali, le frane, le alluvioni sempre più frequenti e sempre più intense. Non è più un problema astratto, lontano, strillato da decenni da poveri scienziati inascoltati. È qualcosa che è qui e che ci riguarda da vicino, tutti quanti. E non possiamo più fingere che non sia anche nostra responsabilità. Io sono Giulia Bonelli e questo è Mezze Stagioni, un podcast dell’Agenzia Spaziale Italiana per capire il clima che cambia con uno sguardo storico-spaziale. In questo episodio parliamo di acqua, parliamo di suolo e, come dicevamo in apertura, parliamo di responsabilità. Negli ultimi anni in Italia sono finite sott’acqua centinaia di strade e di case. Il prezzo di questi eventi drammatici si calcola prima di tutto in vite umane, ma anche in miliardi di euro, come emerge dal rapporto Quanto costa la crisi climatica?, pubblicato da Greenpeace Italia nel novembre 2024. Secondo il documento, che trovate disponibile nei link in descrizione, tra il 2013 e il 2020 le regioni italiane hanno riportato 22,6 miliardi di danni causati da frane e alluvioni – una media di circa 2,8 miliardi di euro l’anno. La Regione che ha registrato più danni è stata l’Emilia-Romagna, un trend tristemente confermato tra il 2023 e il 2024, quando la regione è stata alluvionata per ben quattro volte in meno di un anno e mezzo. Partiamo quindi da qui, da una catena di eventi estremi molto vicini a noi. Ne parliamo con Laura Candela dell’Agenzia Spaziale Italiana. Lei è l’interfaccia ASI con la Protezione Civile, attiva in prima linea durante le emergenze ambientali. L’intervista è di Giuseppe Nucera, per la rubrica “Climi tempestosi”.
Giuseppe Nucera. “Chi è al coperto quando piove, è ben matto se si muove”, un proverbio che invita a cercare un rifugio, un riparo quando cade l’acqua dal cielo, perché anche la pioggia, lo sappiamo, può essere assai pericolosa. Lo è soprattutto nel caso di precipitazioni dalla portata eccezionale, oggi sempre più frequenti a causa del cambiamento climatico. Queste piogge estreme, soprattutto quando incontrano suoli sempre più impermeabili e per questo meno capaci di trattenere l’acqua, possono diventare il motore di disastrose inondazioni in grado di mettere in ginocchio città o intere province.
Ma se è bene trovare un rifugio sicuro durante queste emergenze c’è anche chi è costantemente operativo sul territorio: la macchina dei soccorsi. In Italia è la Protezione Civile a coordinare gli interventi necessari per tutelare la salute delle persone e salvaguardare i territori durante questi eventi drammatici. Dal cielo, tuttavia, non arrivano solo piogge torrenziali ma anche gli strumenti che permettono alla macchina dei soccorsi di operare a favore delle popolazioni colpite e di accertare i danni causati, grazie al monitoraggio del territorio tramite i dati satellitari. Per conoscere meglio questi strumenti abbiamo intervistato Laura Candela dell’Agenzia Spaziale Italiana.
Laura Candela. Tipicamente la Protezione Civile italiana si avvale di due linee informative basate sul dato di osservazione della Terra. La prima è quella del servizio di Emergency Response di Copernicus. La seconda è quella in ambito nazionale che vede un centro di competenza, Fondazione Cima, coordinarsi con l’Agenzia Spaziale Italiana per definire un piano di acquisizione sul territorio utilizzando i satelliti Cosmo Skymed di prima e seconda generazione, e quindi andare a elaborare i dati per individuare innanzitutto le aree inondate. Nel caso di Copernicus vengono richieste due tipologie di prodotti. La prima è la cosiddetta delineation, cioè una mappa nella quale viene individuata l’area affetta dall’evento, quindi l’area inondata. La seconda è la cosiddetta mappa di grading, cioè la mappa di danno, dove si va a vedere più in dettaglio quali sono stati i danni, cioè gli effetti sul territorio. Nel caso del dato Cosmos Skymed e della linea italiana c’è un diretto controllo da parte del dipartimento e del centro di competenza sul piano di acquisizione del satellite.
Giuseppe Nucera. Nel guidare la macchina dei soccorsi troviamo il programma Copernicus, il caposaldo dell’impegno dell’Unione Europea e dell’Agenzia Spaziale Europea per il monitoraggio della Terra e dei suoi ecosistemi. Al suo fianco la costellazione italiana di Cosmo SkyMed, programma innovativo di Osservazione della Terra sviluppato dall’Agenzia Spaziale Italiana in cooperazione con il Ministero della Difesa. Tuttavia, le piogge da record che hanno colpito diverse province dell’Emilia-Romagna nel 2024 hanno richiesto un monitoraggio diffuso dei diversi eventi alluvionali. In che modo i sistemi satellitari riescono a rispondere con efficacia alle crisi emergenziali?
Laura Candela. Questi eventi hanno avuto effetti molto estesi, quindi non è sufficiente una sola acquisizione per mappare tutti gli effetti dell’evento alluvionale, per cui tipicamente vengono indicate delle aree prioritarie da osservare dal dipartimento e quindi si procede a definire il piano di acquisizione sulla base degli effetti al suolo dell’evento alluvionale. Quindi controllo diretto del piano di acquisizione, controllo dinamico del piano di acquisizione. Nel caso di Copernicus, al momento dell’attivazione il dipartimento indica quelle che sono le aree da osservare e, anche lì, di concerto con il dipartimento, il servizio Copernicus inizia a preparare, a mappare gli effetti al suolo o i danni su aree specifiche, anche perché in Copernicus, oltre al dato radar, più o meno equivalente al Cosmo SkyMed, vengono anche acquisiti ed elaborati dati ottici ad alta e ad altissima risoluzione. In questo caso abbiamo dati a 50 cm acquisiti da satelliti ottici, ma ci sono stati anche voli aerei sulle zone maggiormente colpite e un dato acquisito da aereo ha una risoluzione a terra di 10 cm: quindi permette una mappatura molto accurata dei danni che l’alluvione ha provocato.
Giuseppe Nucera. Dunque, a monte avviene una attenta selezione degli specifici target da monitorare sul territorio. Una scelta fatta con la consapevolezza anche delle diverse caratteristiche dei dati forniti dai due sistemi satellitari di monitoraggio a cui si affida la Protezione Civile italiana, quello europeo di Copernicus e quello nazionale di Cosmo SkyMed.
Laura Candela. C’è sempre una complementarità tra le informazioni che fornisce Copernicus e le informazioni che fornisce Cosmo SkyMed. Ovviamente Cosmo SkyMed, come tutti i sistemi radar, consente di ottenere l’informazione sulle aree allagate, anche se c’è copertura nuvolosa o di notte se non c’è luce. Questo significa che le prime acquisizioni utili che hanno dato un’idea dell’estensione del fenomeno sono state fatte quando ancora pioveva, quando ancora il fenomeno alluvionale era in atto. Ovviamente il radar in questi casi, essendo un sensore attivo, dà informazioni in modo più tempestivo. Per far volare un aereo o per usare un satellite ottico, il tempo deve essersi messo al bello, quindi passano più giorni: molto più dettaglio, ma ci vuole più tempo per ottenerlo.
Giuseppe Nucera. La rapidità con la quale si effettua la mappatura dei territori colpiti da alluvioni o altre emergenze è in effetti un fattore chiave per rendere ancora più efficace la macchina dei soccorsi e l’accertamento dei danni. Così come è fondamentale la tipologia di informazioni che arrivano a chi organizza le operazioni di soccorso.
Laura Candela. A valle dell’elaborazione dei dati, al decisore cosa arriva? Arriva il contorno dell’area allagata, arriva un pallino, posizionato in un certo punto su un edificio, che è verde, giallo, rosso, arancio in base al grado di danneggiamento che quell’edificio ha subito. Se con la memoria andiamo all’alluvione del maggio 2023, sempre in Emilia-Romagna, non solo tutte le capacità di acquisizione satellitari furono dispiegate sul territorio per avere la massima informazione possibile, ma poi si continuò ad acquisire nel tempo per quasi un mese perché si voleva capire qual era la dinamica delle acque. Giorno per giorno si faceva il confronto tra la mappa delle aree allagate di oggi e quella di ieri per capire se le acque persistevano o si muovevano, e se si muovevano verso dove si spostavano; cioè in base all’evento alluvionale, il satellite viene anche utilizzato in modo più specifico per catturare degli aspetti dell’evento.
Giuseppe Nucera. Dai dati satellitari si ottengono così mappe per organizzare le operazioni di soccorso e continui aggiornamenti su come l’evento estremo si evolve e sulle sue conseguenze. Questo con un dettaglio ad altissima risoluzione. A entrare nella nostra quotidianità non sono dunque, solo gli effetti del cambiamento climatico, ma anche le tecnologie satellitari che, monitorando dallo spazio questi eventi drammatici, forniscono strumenti concreti per la tutela della nostra salute e delle nostre case.
Giulia Bonelli. Lo avevamo già detto nella prima puntata di Mezze Stagioni e lo abbiamo appena risentito: ormai lo sguardo dall’alto dei satelliti è uno strumento fondamentale per il monitoraggio del clima che cambia e, come ci ha spiegato Laura Candela dell’Agenzia Spaziale Italiana, anche per aiutare le squadre di soccorso in caso di eventi climatici estremi come le alluvioni. Ma la domanda che sempre più spesso sentiamo legata a eventi di questo tipo, e che è giusto porsi, è: come ci siamo arrivati? Come mai le alluvioni hanno conseguenze sempre più violente sul territorio? La risposta è sicuramente complessa e dipende da un gran numero di fattori, ma ce n’è uno particolarmente rilevante che è alla base del problema, letteralmente: il suolo. Ne parliamo con una persona che si occupa da sempre di suolo e soprattutto di difesa del suolo: Paolo Pileri, Professore di pianificazione territoriale ambientale al Politecnico di Milano. Professore, grazie intanto di essere qui con noi. Partiamo proprio dal caso dell’Emilia Romagna, su cui ci stiamo concentrando in questo episodio. L’alluvione in Emilia Romagna del maggio 2023 è stato un caso eclatante di evento estremo con conseguenze particolarmente drammatiche sul territorio. Perché c’entra il suolo, qual è stato il ruolo del suolo in questa vicenda?
Paolo Pileri. Proviamo a dire qualche dato. Noi sappiamo che un suolo sano – quando dico un suolo sano vuol dire che è bello poroso e magari è coperto con un prato permanente, che è una delle condizioni ottimali, polifita, quindi diverse specie – ecco, un suolo di questo tipo e quindi soffice, permeabile, potrebbe arrivare a trattenere qualcosa come quasi 4 milioni di litri d’acqua per ettaro. Trattenere: vuol dire che al suolo proprio rimane dentro l’acqua. Poi c’è una parte che scorre, arriva nelle falde e va a compiere il ciclo dell’acqua. Ora, se io comincio a compattare e a impermeabilizzare i suoli, è evidente che quei 4 milioni di litri non potranno infiltrarsi e rimanere nel suolo e di conseguenza ce li ritroviamo in superficie. Quindi cosa vuol dire? Vuol dire che aumenta la quantità di acqua in superficie. Di quanto? Ormai i dati in letteratura ci dicono che può arrivare ad aumentare di cinque, sei, otto, dieci volte la quantità di acqua in superficie a causa della impermeabilizzazione. Questo vuol dire che tutte le volte che impermeabilizziamo, cementifichiamo, urbanizziamo, noi aumentiamo l’esposizione al rischio dei nostri territori perché aumenta non solo la quantità di acqua, ma aumentando la quantità (ovvero la massa d’acqua) aumenta anche la forza con cui l’acqua circola nei giorni maledetti dell’alluvione. Questo ovviamente va a mettere ancora più in crisi le infrastrutture, le strutture e ahimè le persone. Come nel caso della Romagna, dove per altro mezza regione è completamente in area alluvionabile – ci sono delle mappe ormai che lo dimostrano, che dovrebbero essere sul tavolo di tutti i sindaci di tutti i governatori regionali. E se però noi continuiamo a depositare cemento in queste aree è ovvio che già depositando cemento abbiamo contribuito ad alterare gli equilibri che poi hanno portato al cambiamento del clima. Se in più complichiamo la vita all’acqua che non può infiltrarsi, è evidente che aumentano le minacce e i danni che ci dobbiamo aspettare. Quindi non è che bisogna gridare al lupo, al lupo. Bisogna, voglio dire, capire che siamo noi la causa, non sono gli eventi naturali. Gli eventi naturali non avrebbero nessuna voglia di comportarsi come si stanno comportando. Abbiamo generato noi questo tipo di eventi e in più continuiamo anche a segarci il ramo su cui siamo seduti. Quindi è chiaro che dobbiamo completamente cambiare stile di vita e modo di ragionare, di guardare il territorio.
Giulia Bonelli. Ed è esattamente qui che entra in gioco il concetto di responsabilità, come dicevamo in apertura. E ci arriviamo subito, ma prima volevo cercare di capire un po’ meglio il valore di ciò che stiamo distruggendo con la continua cementificazione. Paolo Pileri, ci spiega perché il suolo è così importante?
Paolo Pileri. Intanto il suolo non è una superficie. Anche se noi siamo abituati a vederlo come superficie su cui appoggiamo le case, i capannoni, le strade, o ci facciamo agricoltura – per noi è sempre una superficie. Invece il suolo non è una superficie: già questa è la prima questione da svelare. È uno spessore, un corpo, anzi il suo nome giusto è ecosistema, che in realtà è quel 30 centimetri, 40 centimetri di suolo più superficiale è abitatissimo: c’è una folla, praticamente è il luogo più abitato al mondo. Infatti il 30% della biodiversità del pianeta è lì dentro, nei primi 30 centimetri di suolo. È straordinario. Abbiamo batteri, protozoi, nematodi, microfauna. E tutto questo è fondamentale, perché senza tutta questa presenza così ricca il suolo non compirebbe tutti i suoi cicli biogeochimici. Ma soprattutto non sarebbe quell’enorme ecosistema di supporto e di vita per le piante. Perché le piante senza suolo non vivrebbero. Ma anche il suolo in parte senza le piante non vivrebbe. Quindi c’è una simbiosi straordinaria che si è generata dal suolo.
Giulia Bonelli. Ecco, tutto questo ecosistema ricchissimo e molto complesso oggi è a rischio. Lo abbiamo visto negli ultimi anni, con sfruttamento sempre più intenso del suolo e sempre maggiore cementificazione. In particolare la cementificazione selvaggia del territorio ha reso il suolo sempre più incapace di svolgere le sue preziose funzioni naturali di controllo idrologico. In altre parole, il suolo non è più in grado di trattenere l’acqua, con conseguente aumento esponenziale dei danni nel caso di alluvioni o inondazioni. Ed è esattamente quello che è successo questo in Emilia Romagna, che per altro è una delle regioni con consumo netto di suolo più elevato degli ultimi anni, secondo un rapporto Ispra del 2023. E quindi volevo chiederle quali sono appunto i rischi, e le principali conseguenze ambientali di questo iper-sfruttamento del suolo.
Paolo Pileri. Allora, sono tante le minacce a cui è sottoposto il suolo. Innanzitutto, la nostra ignoranza: non sapendo di cosa si tratta, non lo trattiamo come dovremmo. Poi abbiamo un altro problema: la compattazione, quindi quando il suolo viene troppo pressato – pensate anche a tutto il mondo agricolo che usa dei trattori, delle macchine agricole enormemente pesanti. Poi abbiamo l’erosione: 24 miliardi di tonnellate all’anno di suolo fertile se ne vanno. Se ne vanno come? Trascinate dall’acqua, quindi piogge che sono molto intense e di breve durata e portano via suolo. I venti: pensate alla siccità di qualche anno, fa, molto forte. I suoli si asciugano, si alleggeriscono e quindi i venti se portano via. Poi ci sono tutti gli inquinanti possibili in agricoltura, ce ne abbiamo tantissimi: erbicidi, pesticidi… la maggior parte va a finire nei terreni e lì vi rimane, ovviamente a uccidere anche parte della biomassa e a interrompere quindi i cicli di biogeochimici del suolo. Dopo di che abbiamo la cementificazione. Diciamo che se quello che io ho elencato fino adesso è qualcosa che non interrompe o non sempre interrompe definitivamente la vita del suolo, se c’è una cosa che invece la interrompe completamente è il cemento, è l’asfalto. Perché? Perché l’asfalto è esattamente un grande tappo che viene sparso sul suolo e interrompe la comunicazione tra suolo e atmosfera. E come dico sempre, il suolo sano vive della buona relazione che ha con l’inquilino del piano di sopra. Se l’inquilino al piano di sopra chiaramente è una distesa di asfalto, ciao ciao a tutti quanti. Cambiano i gradienti termici, ovviamente smette di entrare e uscire materia organica, carbonio, e di conseguenza la biomassa non ha più possibilità di vivere. E quindi muore completamente, la biodiversità si azzera, è un disastro. Questo disastro, siccome è prolungato (le nostre cementificazione durano decine, centinaia d’anni) quando noi tiriamo via l’asfalto, come il tappo di una scatoletta del tonno, quello che c’è sotto è morte. Quindi la cementificazione è veramente un disastro. Oltre al fatto che, come ricordo sempre, per chi si fa un giro in un cantiere: all’inizio quando aprono i lavori non è che noi stendiamo l’asfalto su quello che troviamo, no, facciamo movimenti di terra e portiamo via, scaviamo, ribaltiamo, rigiriamo. È come se e come se entrassero dentro di noi con un mestolo, dentro il nostro intestino, e cominciassero a muovere tutto: è evidente che crepiamo, moriamo in un attimo. Così ne facciamo col suolo: è un corpo e ci entriamo dentro con la benna di una ruspa e cominciamo mescolare tutto; è evidente che tutti quegli equilibri saltano e quindi viene ammazzato già da questo atto. Fate conto che 2,5 centimetri di suolo si generano in 500 anni, quindi ha dei tempi geologici, anche se non è geologia.
Giulia Bonelli. Paolo Pileri, di questo lei parla anche nel suo bellissimo libro L’intelligenza del suolo del 2022, edito da Altraeconomia, dove racconta appunto la complessità e la bellezza di un ecosistema straordinario, strettamente connesso alla vita come la conosciamo, e però sempre più a rischio per colpa dell’essere umano. Eccoci dunque a uno dei temi portanti di questa puntata, anticipato dal nostro proverbio di oggi, che è il tema della colpa, o meglio della responsabilità. Ce lo ha già spiegato molto bene e mi sembra ampiamente dimostrato: la responsabilità di questo consumo selvaggio di suolo, del continuo sfruttamento del territorio, è dell’essere umano, e la natura ci sta presentando il conto. E allora secondo lei che cosa andrebbe fatto per invertire questa tendenza?
Paolo Pileri. Farà mal di pancia agli investitori, farà mal di pancia a coloro che dormono mettendo la parola sviluppo sotto il cuscino, non lo so, però è evidente che noi oggi abbiamo bisogno di un lavoro culturale da fare su tutti: su chi decide, a partire da chi a cui abbiamo consegnato la delega di decidere, quindi i nostri sindaci, i nostri urbanisti, che aiutano i sindaci a decidere che fare. Pensate a tutto il mondo dei tecnici che lavora nel mondo dell’agricoltura e che è responsabile delle pratiche agricole. Quindi ci sono un ventaglio di azioni da riscrivere in agenda a partire dalla questione culturale perché, ripeto, il consumo di suolo, il degrado del suolo, inizia dalla nostra testa nel momento in cui noi non vediamo, non riconosciamo (ri – trattino – conosciamo) cioè non ci mettiamo a conoscere di nuovo questo ecosistema capendone le fragilità e capendo dove dobbiamo fermarci. Ecco, questa cosa non sta accadendo. Se ci pensate anche in questi ultimi anni, anche dopo Covid, si è molto accelerata l’idea che la tecnologia ci salva. Ecco, non è proprio così, anzi non è affatto così. Quindi questa idea tecnocratica, cioè l’agricoltura di precisione piuttosto che lo spostamento tutto sulle fonti energetiche rinnovabili, ovvero consumo elettrico, ecco non è automatico. Noi abbiamo bisogno di ridurre la nostra impronta, quindi ridurre il fabbisogno energetico, ridurre la nostra ossessione alla mobilità privata, ridurre la nostra ossessione a costruire ovunque perché costa meno rispetto a recuperare quello che esiste. È chiaro che vanno ridotte queste cose e quindi tutte quelle politiche che ancora esistono di incentivazione all’auto, di incentivazione alle nuove costruzioni, di incentivazione di spesa pubblica su strade, straducole, nuove strade… ecco queste vanno completamente riviste. E non bisogna più toccare un metro quadro di suolo, anzi anche meno di un metro quadro. Ecco, quindi è un mix tra una volontà pubblica che deve essere alimentata da un processo culturale e una coraggiosa azione politica e pianificatoria che in altri Paesi si sta avviando. Intendiamoci, e non è che si sta avviando e sono tutti sul lastrico dal punto di vista occupazionale, perché noi possiamo immaginare di costruire nuovi posti di lavoro dentro la sostenibilità cambiando registro. Questo è possibile assolutamente, è un transitorio che può essere un po’ doloroso ma è possibile. Più tardi però si inizia, più doloroso sarà, questo è fuor di dubbio. Quindi bisogna fare grandi pianificazioni rigorose e avere in mente un altro schema, un altro schema di gioco economico, fondamentalmente.
Giulia Bonelli. Che lei sappia, in Italia esistono casi dove questo sta avvenendo? Anche nel locale: ci sono esempi virtuosi dove il suolo viene rispettato e quindi questo equilibrio di cui parlava viene effettivamente valorizzato?
Paolo Pileri. Sicuramente ci sono. Purtroppo sono casi che dobbiamo andare a cercare un po’ con il lanternino e che purtroppo non vengono poi messi in evidenza dai decisori. Quest’estate per dire sono andato alla ricerca di alcune aziende agricole che, a dispetto di quello che è l’agricoltura industriale sempre coadiuvata da erbicidi e macchinari pesanti e così via, hanno una buona economia, assumono, ma sono super attente al suolo innanzitutto e alla qualità della coltivazione. Sono andato in Cilento, quindi stiamo parlando del sud Italia, di un’area interna, e ho incontrato due aziende agricole, grandi quindi stiamo parlando di una cooperativa da 450 soci, quindi una grossa cooperativa che fa olio, piuttosto che un’altra azienda agricola importante. Ecco, questi sono due casi dove hanno deciso che basta: non si fanno più arature profonde, il suolo viene rispettato, si genera compost direttamente con un’economia circolare da azienda agricola, quindi si azzerano i rifiuti, quindi è un altro modo di stare al mondo. E se tu parli con questi con i gestori di queste aziende agricole non hanno nessuna lamentazione economica da fare, non hanno nessuna lamentazione occupazionale da fare, hanno diversificato un po’ la loro attività quindi fanno azioni di mercato interno piuttosto che hanno anche una accoglienza turistica minima leggera ma che è un’integrazione al reddito quindi loro stanno bene non hanno bisogno di spendere soldi per carburanti in eccesso perché poi produce di più ma consumi di più quindi il bilancio finale alla fine non è diverso da quello di chi invece fa delle cose virtuose. E così ci sono anche in urbanistica dei casi di sindaci che hanno lavorato in una direzione straordinariamente ostinata e contraria e facendo capire che risparmiare suolo oggi non solo è doveroso, ma che alla fine porta dei benefici. Perché se tu continui a soffocare il tuo territorio di capannoni, villette e aumenti la spesa pubblica che poi va a detrimento di tutti. Purtroppo però poi succede che queste storie virtuose di grande coraggio non vengono prese come esempio generale da chi poi ha le redini dell’agenda politica e pubblica italiana ecco al contrario molto spesso vediamo che poi candidati e importanti nel nostro Paese vengono scelti tra coloro che invece non hanno mai spento la betoniera. Quindi c’è ancora un problema tra buone pratiche che esistono ma quanto queste buone pratiche riescono a sedersi nell’agenda delle decisioni e non muoversi più da lì. Ecco, questo ancora non sta accadendo e questo è molto problematico.
Giulia Bonelli. C’è dunque ancora tanta, troppa strada da fare. Eppure, un’alternativa all’iper-sfruttamento delle risorse del nostro pianeta esiste, come ci ha appena raccontato Paolo Pileri, esperto di suolo e Professore al Politecnico di Milano. “Chi è al coperto quando piove, è ben matto se si muove”, dice il nostro proverbio di oggi – che abbiamo sentito in alcuni degli audio che ci avete mandato voi ascoltatrici e ascoltatori, nel vostro splendido dialetto regionale. Bene, in questo caso l’irresponsabilità sta nel continuare sul crinale dell’agricoltura intensiva, del consumo sfrenato di ogni centimetro di suolo, perché è ormai dimostrato che queste pratiche hanno un impatto devastante sul territorio e su di noi che lo abitiamo. E così, con un invito a riflettere collettivamente sul cambiamento prima di tutto culturale necessario per affrontare la crisi climatica che stiamo vivendo, io vi saluto e vi do appuntamento al prossimo episodio di Mezze Stagioni.
Per saperne di più
- Leggi il report di Greenpeace Italia Quanto costa la crisi climatica? (2024)
- Paolo Pileri, L’intelligenza del suolo. Altraeconomia (2022)
- Paolo Pileri, Dalla Parte Del Suolo. L’ecosistema invisibile. Laterza (2024)
- Leggi l’articolo sul sito dell’Agenzia Spaziale Italiana Frana di Niscemi: i satelliti di Cosmo-SkyMed in aiuto della Protezione civile (2026)




