Ha fatto discutere la notizia arrivata in questi giorni della decisione della Nasa di rinviare il primo allunaggio con equipaggio del programma Artemis. Il ritorno degli astronauti sulla superficie lunare non avverrà più con la missione Artemis 3, come previsto inizialmente, ma con la successiva Artemis 4. Una decisione che ha riacceso il dibattito sulla nuova corsa alla Luna e sui motivi di questo cambio di programma. La risposta della Nasa in realtà è stata molto chiara: sicurezza.

Il punto centrale non è tanto il traguardo finale, quanto la sequenza di operazioni necessarie per raggiungerlo. Nella configurazione originale, la missione Artemis 3 avrebbe dovuto concentrare in un unico volo una lunga serie di operazioni mai tentate prima. È quello che gli esperti chiamano “stacking of firsts”, cioè un accumulo di “prime volte”. Un’espressione utilizzata nel rapporto dell’Aerospace Safety Advisory Panel, l’organismo indipendente che dal 1968 monitora i rischi delle missioni spaziali americane.

Nel piano iniziale, Artemis 3 avrebbe dovuto includere ad esempio il primo utilizzo operativo di un nuovo lander lunare, il primo rendezvous in orbita lunare tra la capsula Orion e il lander, il primo allunaggio umano vicino al Polo Sud della Luna, e le prime attività extraveicolari sulla superficie lunare dal 1972.

Ognuna di queste operazioni rappresenta una sfida tecnica significativa. Ma la loro combinazione nella stessa missione aumenta inevitabilmente la complessità. Per questo motivo il panel ha suggerito alla Nasa di distribuire meglio gli obiettivi lungo più missioni, riducendo il numero di elementi nuovi in ogni singolo volo. Da qui la decisione di riorganizzare il calendario. Artemis 3 diventerà una missione di verifica, mentre sarà Artemis 4 a prevedere l’allunaggio.

Uno dei nodi tecnici più delicati riguarda lo Human Landing System, il sistema di atterraggio lunare sviluppato in collaborazione con SpaceX e basato sulla tecnologia Starship. Il veicolo dovrà affrontare operazioni molto complesse: scendere sulla superficie lunare, ripartire e poi riagganciarsi alla capsula Orion in orbita. Ma prima ancora dovrà essere rifornito nello spazio attraverso una serie di trasferimenti di propellente tra diversi veicoli, una procedura che su questa scala non è mai stata realizzata prima.

Il panel di sicurezza ha sottolineato che alcune di queste tecnologie sono ancora in fase di maturazione, e che il rischio non è considerato accettabile. A differenza di quanto è avvenuto in occasione della prima corsa alla Luna. Ma durante il programma Apollo gli standard di rischio accettati erano molto più elevati di quelli odierni, poiché all’epoca la priorità strategica era arrivare sulla Luna prima dell’Unione Sovietica.

Oggi la situazione è diversa. Dopo tragedie come quelle degli shuttle Challenger e Columbia, la gestione del rischio nella Nasa è cambiata profondamente. E prima di portare un equipaggio in una missione complessa, ogni sistema deve essere testato e verificato il più possibile.

Nel frattempo il prossimo grande passo resta Artemis 2, la prima missione del programma Artemis con astronauti a bordo. Il volo porterà l’equipaggio a effettuare un flyby intorno al nostro satellite, senza allunaggio, per testare l’intero sistema in condizioni reali.

Se tutto andrà come previsto, i piani della Nasa sono di allunare almeno una volta l’anno da Artemis 4 in poi, iniziando così a costruire una presenza umana stabile nel tempo sul nostro satellite.