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Incidente Soyuz, inchiesta conclusa: errore di assemblaggio

Incidente Soyuz, inchiesta conclusa: errore di assemblaggio

È arrivato dopo tre intense settimane di indagini il risultato dell’inchiesta nel settore spaziale più attesa degli ultimi anni, quella avviata da Roscosmos per ricostruire l’incidente alla Soyuz avvenuto lo scorso 11 ottobre. L’agenzia spaziale russa ha annunciato l’esito durante una conferenza stampa tenuta a Mosca il primo novembre: la navicella con a bordo il cosmonauta Alexey Ovchinin e l’astronauta Nick Hague è stata danneggiata a causa di “un errore nella fase finale di assemblaggio”.

Che cosa significa? Per rispondere, partiamo dai fatti già noti: esattamente 118 secondi dopo il liftoff è stato rilevato un problema a uno dei propulsori della Soyuz Ms-10, e si sono immediatamente attivate le procedure per l’atterraggio di emergenza. La missione è stata abortita con il distacco istantaneo della capsula che trasportava l’equipaggio, che avrebbe dovuto raggiungere i colleghi dell’Expedition 57 sulla Stazione spaziale internazionale. Nonostante la discesa turbolenta, che ha sottoposto la navicella a un’accelerazione di quasi sette volte la forza di gravità terrestre, Ovchinin e Hague non hanno riportato danni.

Nelle 24 ore successive all’incidente sono iniziate a circolare le prime ipotesi sulla causa del guasto: la teoria prevalente riguardava un malfunzionamento durante la fase di separazione: uno dei booster laterali avrebbe colpito il booster centrale del razzo, rendendo la spinta insufficiente. Ora l’indagine ufficiale appena conclusa da Roscosmos conferma questa ipotesi: il guasto è stato provocato dalla mancata apertura di una valvola nel cosiddetto Blocco D, uno dei quattro razzi laterali a forma conica che costituiscono la parte inferiore del vettore. A sua volta, la valvola non si è aperta a causa di una deformazione di circa 6 gradi del sensore progettato per registrare il movimento di separazione tra il primo e il secondo stadio della Soyuz. Da qui è scaturita una forte diminuzione di pressione, che ha fatto perdere al razzo il controllo dell’assetto e ha attivato le procedure per l’atterraggio di emergenza.

Ecco quindi che, da un punto di vista tecnico, l’inchiesta russa convalida la prima ricostruzione della dinamica dell’incidente. Ma la vera novità – che ha richiesto alla commissione di indagine maggior lavoro – riguarda l’origine del problema al sensore della valvola. Grazie al recupero dei rottami del primo stadio e all’analisi dettagliata delle immagini riprese dalle telecamere a bordo del razzo, i commissari hanno stabilito che il guasto non sia da attribuire a un difetto di fabbricazione, ma a un errore durante la fase finale di assemblaggio. Questa fase corrisponde alle ultime operazioni effettuate dai tecnici direttamente sulla rampa di lancio di Baikonur.

Un errore umano, dunque, che per quanto grave metterebbe al riparo dai dubbi sulla sicurezza degli altri veicoli Soyuz. La Commissione d’inchiesta, guidata dal vice direttore generale dell’azienda aerospaziale TsNIImash Oleg Skorobogatov, ha comunque disposto l’ispezione di vari razzi Soyuz rimasti a terra. Allo stesso tempo, ha formulato una serie di nuove linee guida per evitare il ripetersi di problemi analoghi: tra queste, una dettagliata documentazione con foto e video di ogni singola fase di assemblaggio dei lanciatori.

La Nasa non ha commentato direttamente l’esito dell’inchiesta, ma ha confermato la linea già sostenuta in precedenza dall’Amministratore Bridenstine, secondo cui i futuri lanci Soyuz non avrebbero subito ritardi. «Stiamo lavorando a stretto contatto con il nostro partner sulla Iss Roscosmos – ha detto infatti Stephanie Schierholz, portavoce dell’agenzia spaziale statunitense – e puntiamo a portare avanti i nostri programmi di missioni con equipaggio». Programmi che prevedono un nuovo lancio tra meno di un mese: il prossimo 3 dicembre la statunitense Anne McClain, il russo Oleg Kononenko e il canadese David Saint-Jacques partiranno alla volta della Iss, scongiurando così il pericolo di lasciare la casa spaziale disabitata dopo quasi vent’anni di ininterrotta attività.

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