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Roman, esopianeti e non solo

ON High-resolution illustration of the Roman spacecraft against a starry background. CREDIT NASA's Goddard Space Flight Center

Hubble, Kepler Tess, Cheops: sono tanti i telescopi spaziali che nel tempo hanno portato alla scoperta di migliaia di esopianeti. Presto si aggiungerà la missione Roman della Nasa, per cercare mondi distanti e non solo Cacciatore di pianeti: un titolo ambizioso per un telescopio, ma a cui ormai abbiamo quasi fatto l’abitudine. Infatti dal 1992, anno della prima conferma dell’osservazione di un mondo oltre i confini del Sistema solare, i planet hunters di strada ne hanno fatta parecchia. E molto presto, all’ormai nutrita schiera delle missioni scientifiche che hanno tra gli obiettivi la scoperta di esomondi, si aggiungerà un nuovo elemento: Roman, futuro telescopio spaziale targato Nasa intitolato a Nancy Roman – la scienziata statunitense considerata la “mamma di Hubble”. Fu lei a convincere la Nasa e poi il Congresso a finanziare il primo grande telescopio spaziale dell’agenzia statunitense, che non a caso tra le sue straordinarie scoperte vanta anche parecchi esopianeti. Roman, il cui lancio è previsto intorno al 2025, sarà un telescopio spaziale infrarosso a grande campo. E come spesso accade per le missioni così attese, prima ancora del lift off abbondano gli studi teorici per esplorarne tutte le possibilità. L’ultimo, appena pubblicato su Astronomical Journal, amplia se possibile ancor di più gli orizzonti del nuovo cacciatore di pianeti: oltre agli esomondi, Roman sarà infatti in grado di osservare le nane brune e gli Hot Jupiter. Il tutto grazie al cosiddetto effetto di microlensing, la deformazione gravitazionale che il telescopio sfrutterà anche per scovare gli esopianeti. Roman, dicevamo, raccoglierà un’eredità importante. Il diretto progenitore è considerato Kepler, campione della Nasa lanciato nel marzo 2009 e operativo fino al novembre 2018. In quasi 10 anni di attività Kepler ha scoperto più di 2.600 mondi lontani, molti dei quali potenzialmente adatti a ospitare la vita, e ne ha individuati altri 2.900 che potrebbero essere confermati da ulteriori osservazioni. Come quelle di Tess, un altro successore di Kepler: se ultimo esaminava una porzione comunque limitata della volta celeste, circa lo 0,28%, Tess – lanciato dalla Nasa nell’aprile 2018 – ha già fotografato il 75% del cielo stellato. Nella survey del cielo del nord rilasciata dopo due anni di operatività, Tess ha utilizzato il metodo del transito per scovare o confermare circa 1.200 candidati esomondi. Dopo Tess è stata poi la volta della prima missione europea dedicata agli esopianeti, il telescopio spaziale Cheops dell’Esa lanciato nel dicembre 2019. Utilizzando sempre il metodo del transito, Cheops in un anno ha già effettuato scoperte entusiasmanti – l’ultima proprio ieri, con l’osservazione di un sistema planetario unico, composto da 6 esopianeti. L’eredità che raccoglierà Roman tra qualche anno è dunque molto ricca. E andrà oltre lo studio dei sistemi planetari distanti: il nuovo telescopio spaziale potrà anche intercettare i pianeti vagabondi, oggetti celesti che fluttuano nella nostra galassia senza alcun legame con una stella.

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