“Quali mondi lontani oltre il nostro Sistema Solare potrebbero ospitare la vita?” Un piccolo satellite per una grande domanda: Sparcs (Star-Planet Activity Research CubeSat), missione della Nasa, studierà il comportamento delle stelle più comuni della nostra galassia, per capire come la loro attività influenzi i pianeti che vi orbitano attorno.
Dopo il lancio, avvenuto l’11 gennaio, il cubesat ha già inviato le sue prime immagini dallo spazio. Questo momento, noto come ‘prima luce’, segna il passaggio dalla fase di test alle operazioni scientifiche vere e proprie: significa che strumenti, sensori e sistemi di bordo funzionano correttamente in orbita.
Sparcs, dicevamo, è un cubesat, cioè un satellite compatto grande più o meno quanto una scatola di cereali. Nonostante le dimensioni ridotte, la missione ha un obiettivo scientifico ambizioso: osservare l’attività delle stelle di piccola massa, corpi celesti che possiedono tra il 30 e il 70 percento della massa del Sole. Queste stelle sono tra le più diffuse nella Via Lattea e ospitano la maggior parte dei pianeti rocciosi situati nella cosiddetta zona abitabile, la regione attorno a una stella dove le temperature potrebbero permettere la presenza di acqua liquida. Tuttavia, questi astri hanno un comportamento molto diverso dal Sole. Nonostante siano più piccoli, più deboli e più freddi, tendono a produrre brillamenti stellari molto frequenti in grado di alterare le atmosfere dei pianeti vicini, influenzandone la possibilità di ospitare la vita.
La missione è progettata per monitorare circa venti stelle di piccola massa nel corso di un anno, osservandole per periodi che vanno da 5 a 45 giorni. L’obiettivo è registrarne in modo continuo l’attività, così da valutare l’abitabilità dei pianeti che le orbitano. Per farlo, Sparcs osserva le stelle nella luce ultravioletta, una banda dello spettro elettromagnetico particolarmente sensibile ai fenomeni energetici delle atmosfere stellari. Il satellite registra simultaneamente sia l’ultravioletto vicino sia quello lontano, ottenendo così un quadro dettagliato dell’energia rilasciata dalle stelle nel tempo.
Oltre ai risultati scientifici, Sparcs rappresenta anche un banco di prova tecnologico per missioni come Habitable Worlds Observatory della Nasa o programmi intermedi come l’UltraViolet Explorer, guidato dal California Institute of Technology, a Pasadena.
Osservando per la prima volta in modo continuo l’attività ultravioletta delle stelle più comuni della galassia, Sparcs aiuterà a comprendere meglio l’ambiente stellare in cui si formano ed evolvono i pianeti, spianando la strada alle future missioni dedicate allo studio dell’abitabilità dei mondi lontani.
In apertura: Questa coppia di immagini mostra delle stelle osservate il 6 febbraio 2026 da Sparcs contemporaneamente nell’ultravioletto vicino (a sinistra) e nell’ultravioletto lontano (a destra). Crediti: Nasa/Jpl-Caltech/Asu.