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Una rondine non fa primavera

Una rondine non fa primavera. Un proverbio che affonda le sue radici in Aristotele e nella sua Etica Nicomachea, che ci mette in guardia dal trarre conclusioni affrettate a partire da un singolo segnale. Ma che cosa significa oggi, nell’epoca della crisi climatica, distinguere tra un evento isolato e una tendenza di lungo periodo?

Con la storica Caterina Brazzi Castracane torniamo alle origini culturali del proverbio, scoprendo come già nel pensiero antico l’osservazione della natura fosse intrecciata a una riflessione più ampia sul tempo, sull’attesa e sulla prudenza nel giudizio.

Il quarto episodio del podcast Mezze Stagioni parte proprio dal volo delle rondini per esplorare il rapporto tra causa ed effetto nella scienza del clima. Con il paleoclimatologo Carlo Barbante, Professore all’Università Ca’ Foscari di Venezia e Associato all’Istituto di Scienze Polari del Consiglio Nazionale delle Ricerche, entriamo nei ghiacci polari, veri archivi della memoria del pianeta. Per capire come le concentrazioni di gas serra di origine antropico e l’aumento delle temperature siano legati da un nesso scientifico solido e documentato da oltre un secolo.

Ma l’episodio guarda anche oltre, affrontando il tema della giustizia climatica. Con la vicepresidente dell’Agenzia Spaziale Italiana Elda Turco Bulgherini e l’avvocato Stefano Nespor parliamo di negoziati internazionali e della responsabilità dei danni climatici, per rispondere alle nuove sfide legate al grande tema del risarcimento climatico. Perché, se una rondine non fa primavera, forse può aiutarci a capire quando è il momento di cambiare rotta.

Mezze Stagioni è un podcast dell’Agenzia Spaziale Italiana per capire il clima che cambia con uno sguardo storico-spaziale.

Autori: Giulia Bonelli e Giuseppe Nucera
Storia dei proverbi: Caterina Brazzi Castracane
Post-produzione: Paola Pagone
Musica: Luca Cipriani
Consulenza su identità visiva e social: Italiaonline
Consulenza editoriale: Daniela Amenta
Coordinamento editoriale: Giuseppina Pulcrano e Manuela Proietti

Ascolta “Una rondine non fa primavera”,  il quarto episodio del podcast Mezze Stagioni

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Caterina Brazzi Castracane«Come una rondine non fa primavera, né la fa un solo giorno di sole, così un solo giorno o un breve spazio di tempo non fanno felice nessuno». È Aristotele a scriverlo, nella sua Etica Nicomachea, il che già dovrebbe farci riflettere su quanto e da quanto tempo questi piccoli volatili siano parte del nostro immaginario collettivo. Perché le rondini sono note da millenni alle culture del Mediterraneo, e ciascun popolo racconta la gioiosa spensieratezza che il loro volo porta nei nostri cuori quando le vediamo comparire all’orizzonte, nella mitezza che la primavera dovrebbe (il condizionale in questa epoca di cambiamenti climatici è d’uopo) portare con sé. Meno celebri, ma fondamentali per restituire il giusto valore agli stormi di questi pennuti che pesano in media 17 grammi, sono le prodezze di Ercole che le rondini riescono a fare: trasmigrano dall’Europa all’Africa due volte l’anno, per un totale di circa 11.000 km, percorsi a una velocità di crociera di circa 30 chilometri orari, per un tempo pari alle 10 ore giornaliere. Il risultato del conto lo lasciamo a voi, con l’annessa umiliazione conseguente al realizzare che noi, donne e uomini di città, di chilometri, al giorno, ne facciamo mediamente 4. Impavide, determinate e con la capacità di ritrovare a mesi di distanza lo stesso nido, le rondini sono davvero un mirabile esempio di adattamento esistenziale: spostarsi quando il clima volge al freddo per vivere sempre in luoghi da eterna primavera. E insieme. Perché non solo pare si aiutino tra loro a fare i nidi, ma volano in stormi e unite migrano di continente in continente. Ecco spiegata la logica del proverbio, sostenendo che la comparsa in cielo di una spaesata rondinella non possa accogliersi come l’avvento certo del piacevole clima primaverile, annunciato solo dalla sapienza ancestrale dello stormo, che se plana su di noi è perché ben sa che il vento sta cambiando, al meglio. Le rondini sembrerebbero dunque affermare l’esistenza, in natura, del rapporto causa- effetto, cosa che in realtà, nella scienza come nel clima, non è sempre lineare come sembra. Ma per loro invece pare che tale legge funzioni, dal momento che ancora oggi risulta valido il pensiero di Cartesio che affermava: ‘Senza dubbio, quando le rondini arrivano in primavera, si comportano come orologi’. In grado di modulare i tempi di arrivo in base alla progressione metereologica, questi baldi volatili annunciano davvero il bel tempo, quando a frotte si riversano nei nostri cieli. E dovremmo giubilare al vederli, anche perché si nutrono, in volo, di mosche, vespe e zanzare, dandoci anche un aiuto concreto quale insetticida naturale. Peccato che pur non armati di carabina, le stiamo sterminando: desertificazione, cambiamenti climatici e uso indiscriminato di pesticidi stanno trasformando le nostre campagne. E le rondini non trovano più, qui da noi, luoghi ameni per nidificare. Se non invertiamo la rotta, avverte la LIPU, questo trend non farà altro che peggiorare. Perderemo le rondini e verremmo divorati da nuvole di zanzare. Anche qui, è questione di causa e effetto. 

Giuseppe Nucera. Grazie alla storica Caterina Brazzi Castracane, la nostra ospite fissa, abbiamo appena scoperto che le prime tracce nella nostra cultura del proverbio popolare ‘Una rondine non fa primavera’ risalgono a quasi 2500 anni fa e sono legate alla saggezza di Aristotele. Una dimostrazione di come la cultura popolare sia spesso connessa con le sfere più profonde e universali del sapere umano. Dalle parole del filosofo greco emerge inoltre come l’adagio sia una metafora che ci invita a non trarre conclusioni affrettate da un semplice segnale isolato. Una buona pratica valida anche nella scienza del clima, dove il rapporto causa-effetto è spesso complesso e dipende da molti fattori. Io sono Giuseppe Nucera e questo è Mezze Stagioni, un podcast dell’Agenzia Spaziale Italiana per capire il clima che cambia con uno sguardo storico-spaziale. Nelle precedenti puntate abbiamo già affrontato il tema di come un breve periodo di caldo estremo non possa essere da solo una prova certa del riscaldamento globale, così come al contrario una forte nevicata non sia sufficiente per confutare l’aumento delle temperature medie del nostro pianeta. Questi eventi sono dunque equiparabili a singole rondini isolate, il cui avvistamento, secondo il nostro proverbio, non può essere un indicatore affidabile che preannuncia l’arrivo della bella stagione; tuttavia, la scienza del clima è riuscita a trovare i suoi stormi di rondini, ossia quegli indicatori certi e inequivocabili che ci fanno comprendere quale potrà essere l’evoluzione climatica dei prossimi decenni. Quali siano questi indicatori lo scopriamo ora con l’intervista a Carlo Barbante realizzata da Giulia Bonelli, per la rubrica “Climi tempestosi”.

Giulia Bonelli. Una rondine non fa primavera. Come abbiamo sentito in apertura, questo proverbio indica la difficoltà di stabilire in modo lineare la relazione tra causa ed effetto nei fenomeni complessi. Fino a che punto questo può valere anche nella scienza del clima? Quali sono le cause e quali gli effetti della crisi climatica che stiamo vivendo, e in che modo i ricercatori li studiano? Lo abbiamo chiesto a Carlo Barbante, paleoclimatologo, Professore all’Università Ca’ Foscari di Venezia e Associato all’Istituto di Scienze Polari del Consiglio Nazionale delle Ricerche. 

Carlo Barbante. Direi che ormai la scienza del clima è concorde nell’attribuire all’aumento delle emissioni di gas serra in atmosfera il riscaldamento attuale. C’è un link molto netto. Non reinventiamo la ruota oggi ma lo sapevamo già dal 1827, quando Josè Fourier, il famoso matematico, pubblicò una memoria sulla temperatura del globo terrestre in cui diceva sostanzialmente che di fatto la Terra, o meglio tutti i pianeti del sistema solare, hanno una temperatura guidata dal bilancio di quanta energia entra e quanta energia esce. Poi questi concetti sono stati ulteriormente sviluppati alla fine degli anni ‘50 dell’Ottocento, quando un fisico britannico che si chiamava John Tyndall aveva dimostrato proprio la relazione molto stretta tra la concentrazione di anidride carbonica, il vapor acqueo (che è anch’esso un gas serra) e di fatto altri gas che assorbono la radiazione infrarossa e la e la temperatura. E poi alla fine dell’Ottocento anche altri chimici e fisici tra cui Svante Arrhenius che è stato anche premio Nobel nel 1903, aveva già fatto dei calcoli su quella che noi oggi chiamiamo la sensitività climatica, cioè aveva calcolato a quanto sarebbe stata la temperatura del nostro pianeta se si fosse raddoppiata la concentrazione di anidride carbonica, che allora era già attorno alle 300 parti per milione. Ecco, lui con un semplice modello aveva calcolato che la temperatura della Terra sarebbe stata (con un raddoppio di anidride carbonica, quindi passando da 300 parti per milione 600 parti per milione) di circa sei gradi più elevata di quella allora presente, che non è poi tanto più lontano da calcoli che facciamo oggi con i modelli climatici più avanzati. Quindi è un processo che conosciamo bene, e lo conosciamo bene anche andando a studiare proprio i modelli climatici: se trascuriamo di inserire tutte quelle che sono le emissioni di gas serra di origine antropica, di fatto la temperatura nel corso degli ultimi 150 anni sarebbe stata pressoché costante, solo guidata da fenomeni naturali. Quindi ormai la comunità scientifica mondiale è totalmente concorde sul nesso causa effetto tra concentrazione di gas serra in atmosfera e temperatura.

Giulia Bonelli. Quindi diciamo che “una rondine non fa primavera” nel caso della scienza del clima non vale poi così tanto. In particolare, la comunità scientifica concorda da anni sul fatto che ci sia una relazione di causa ed effetto tra l’aumento dei gas serra di origine antropica e l’aumento della temperatura globale terrestre, a sua volta una delle cause principali della crisi climatica. Tutti dati confermati dagli ultimi report dell’IPCC. Questo fenomeno è particolarmente visibile ai poli terrestri, tre le principali sentinelle del cambiamento climatico. Abbiamo chiesto a Carlo Barbante, grande esperto di aree polari, di spiegarci perché.  

Carlo Barbante. Le aree polari sono di fatto le sentinelle del cambiamento climatico: sono esse stesse causa e anche effetto, perché molti processi avvengono ai poli. E sono sotto la minaccia costante del riscaldamento globale perché la maggior parte della criosfera e del ghiaccio di fatto è nelle aree polari, e quindi l’aumento di temperatura fa fondere il ghiaccio con delle conseguenze importanti anche alle basse latitudini. Tant’è che spesso si dice che quello che accade ai poli non rimane ai poli, ma si riverbera anche alle latitudini più basse. E poi soprattutto l’Artico si riscalda a una velocità che è molto maggiore rispetto a quella della media del pianeta. Nel corso degli ultimi 50 anni abbiamo avuto un aumento della temperatura medio su tutto il pianeta di circa 1,3 gradi; i poli si riscaldano a una velocità che è circa tre volte tanto. E in Artico in particolare ci sono dei fenomeni che vengono conosciuti come il fenomeno dell’amplificazione artica, per cui questo riscaldamento induce ulteriore riscaldamento a seguito di effetti di retroazione. Soprattutto l’Artico, ma ultimamente anche l’Antartide comincia ad avere dei fenomeni di perdita di massa, soprattutto massa glaciale, soprattutto per quanto riguarda la parte occidentale – quindi verso la penisola – e che comincia a contribuire in maniera importante anche all’aumento del livello del mare. Infatti, la perdita di ghiaccio continentale dalla Groenlandia, dall’Antartide e dai ghiacciai del terzo polo, che sono le aree fuori dai poli, contribuisce in maniera importante all’aumento del livello del mare. Si pensi che fino alla fine del secolo scorso l’aumento del livello del mare era contenuto intorno a circa due millimetri all’anno, adesso andiamo a una velocità che è di circa quasi cinque millimetri all’anno. Se li moltiplichiamo per 10, per 100 anni, vediamo che la progressione ci mette paura. Le città costiere come Venezia (io lavoro a Venezia) sono veramente in prima linea su questo importante aspetto legato al cambiamento climatico.  [00:08:13][206.3] 

Giulia Bonelli. Da Venezia, dove vive e insegna all’Università Ca’ Foscari, Carlo Barbante parte spesso per partecipare a spedizioni scientifiche anche piuttosto estreme nelle zone polari che, come abbiamo sentito sono particolarmente sensibili al riscaldamento globale. Gli abbiamo chiesto di raccontarci un po’ che cosa emerge dallo studio della cosiddetta “memoria del ghiaccio” rispetto all’evoluzione delle condizioni climatiche del nostro pianeta. 

Carlo Barbante. I poli sono importanti perché sono le sentinelle del cambiamento climatico, ma sono anche quelle regioni in cui abbiamo i famosi “tipping point”: soglie climatiche, limiti planetari che possono in qualche modo venire superati e su cui non c’è ritorno. Pensiamo quando si fonderà in buona parte ad esempio la calotta groenlandese: per ripristinare la calotta groenlandese ci vorranno migliaia e migliaia di anni. Ed ecco quindi che le aree polari diventano allo stesso tempo, oltre che i luoghi in cui il cambiamento climatico è più evidente, anche dei laboratori straordinari per poter studiare quello che sta accadendo al nostro pianeta. Noi lo consideriamo un po’ come il Sacro Graal per il clima. Per esempio, l’Antartide, la Groenlandia: da lì riusciamo a ottenere delle informazioni anche su com’era lo stato del pianeta nel corso degli anni, dei secoli, o dei milioni di anni passati. Quindi riusciamo anche a mettere in una giusta prospettiva quello che sta accadendo adesso. Perché se io so che oggi le concentrazioni di anidride carbonica, che sono di 423 parti per milione, sono elevatissime, lo dico perché so qual è il livello di base – che per un periodo interglaciale stabile come il nostro sono di circa 280 parti per milione. E questo lo so da studi che sono stati condotti ad esempio sulle carote di ghiaccio: estraendo l’aria che rimane intrappolata in queste microbolle all’interno del ghiaccio riusciamo a stabilire quelle che erano le concentrazioni di anidride carbonica e l’aria che respiravano i nostri i nostri antenati. Riusciamo a comprenderne i cicli, riusciamo a capire quali sono i processi che hanno poi governato appunto le cause e gli effetti. Ecco perché parliamo di memoria del ghiaccio, perché è un libro con molte pagine e ogni pagina è una pagina di un diario che va interpretata, capita e divulgata.  

Giulia Bonelli. La storia scritta nel ghiaccio è dunque una storia che inizia lontano, e che racchiude in sé tutti i segni di un clima che cambia. Ma come funziona la raccolta di dati in ambienti così estremi come i poli?  

Carlo Barbante. Adesso ad esempio stiamo portando avanti un progetto che prevede di estrarre una carota di ghiaccio che speriamo sia vecchia almeno di un milione e mezzo di anni, quindi abbiamo un record continuo di un milione e mezzo di anni della storia climatica del nostro pianeta. Questo implica portare in Antartide, che non è la strada dell’orto, tutta una serie di strumentazione, carottieri, ma anche tende, materiale logistico, carburante, cibo per poter sopravvivere. Stiamo parlando di un sito collocato a 1200 chilometri dalla costa dell’Antartide, che è già difficile da raggiungere di suo, a 3000 metri di quota dove la temperatura media è di –52 gradi. E quindi la logistica è molto importante, e per fortuna abbiamo dei partner molto molto solidi, come l’ENEA del nostro Paese o l’IPEV, che è l’istituto polare francese, che sovrintendono questi aspetti. E poi le stagioni lì sono molto molto brevi perché si può lavorare solo durante l’estate australe, il che vuol dire praticamente il periodo che vada da dicembre a gennaio. Prima e dopo è troppo freddo per poter lavorare. Si estraggono questi cilindri, via via dalla superficie fino alla profondità, che vengono poi in parte analizzati lì e in parte trasportati nei laboratori europei, dove vengono prima datati – quindi si stabilisce una cronologia, quindi una relazione tra la profondità e l’età del campione – e poi sui quali vengono misurati la concentrazione di polveri, la componente chimica, che è anche molto importante. Delle bolle d’aria vengono estratte e vengono misurate le concentrazioni di gas anidride carbonica piuttosto che metano ossidi d’azoto e così via. E tutte assieme queste informazioni vengono interpretate e tradotte in un segnale climatico, che quindi è decisamente molto importante per mettere in relazione e mettere in una giusta prospettiva anche i cambiamenti attuali. E quindi per conoscere quello che c’è nel passato e tradurlo nel futuro, perché il concetto di base è che nel nostro passato è scritto molto anche di quello che è il nostro presente e quello che sarà il nostro futuro.  

Giulia Bonelli. Tutto questo ha a che vedere con il complesso e affascinante mondo della paleoclimatologia. Che ci aiuta non soltanto a comprendere il clima del futuro studiando quello passato, ma anche a determinare il ruolo che ha l’essere umano in questo processo. Vediamo in che modo. 

Carlo Barbante. Il concetto è molto semplice. I processi sono di fatto gli stessi, che magari avvengono con velocità più o meno diverse. Teniamo presente che il sistema Terra, proprio grazie all’equilibrio dell’anidride carbonica in atmosfera, si autoregola come temperatura. Si costituisce una sorta di cronotermostato, che su scale di milioni o anche decine di milioni di anni regola in modo naturale la temperatura del nostro del nostro pianeta. I processi che appunto conosciamo bene grazie alla lettura di questi archivi ambientali ci hanno consentito di capire quelli che sono i meccanismi che adesso applichiamo, e li applichiamo però con delle scale temporali molto più ridotte. Quello che sta accadendo e che stiamo vedendo è che stiamo accelerando dei processi che naturalmente già di fatto avvengono. Questa emissione di gas serra ci sta portando veramente a uno di quelli che si chiamano “confini planetari”, cioè stiamo uscendo dal confine planetario entro cui l’uomo si è anche sviluppato. Noi come sapiens siamo in giro per il pianeta da circa 250.000 anni, e non abbiamo mai sperimentato delle condizioni così al limite. La Terra sì, quindi la Terra sicuramente ci sopravviverà. Però se vogliamo avere un ruolo nel futuro è bene che cominciamo in maniera molto seria a pensare a come proteggere il nostro futuro.   

Giulia Bonelli. Ecco, a proposito di futuro: in questi anni si parla sempre più spesso di giustizia climatica, un concetto che approfondiremo con i prossimi ospiti di questa puntata. Ma intanto abbiamo chiesto a Carlo Barbante, da ricercatore attivo in prima linea, come vede il ruolo della scienza nel contesto della giustizia climatica, ad esempio rispetto alla possibilità di quantificare e risarcire i danni ambientali legati alle conseguenze del cambiamento climatico. 

Carlo Barbante. Premetto che la decisione deve essere alla fine politica. Però abbiamo tutti gli strumenti, dal punto di vista scientifico, per stabilire intanto questi nessi causa-effetto, quindi su questo non abbiamo dubbi. Ma abbiamo anche gli strumenti dal punto di vista finanziario, economico, legislativo per poterlo fare. Tant’è che nella COP di Parigi del 2016 era stato stabilito che i Paesi più ricchi dovessero supportare con circa 100 miliardi all’anno i Paesi in via di sviluppo proprio per poter accedere al credito per installare fotovoltaico, installare l’energia rinnovabile e così via. Ecco, questo purtroppo non sta avvenendo, perché siamo ben al di sotto del 20% degli stanziamenti da parte degli Stati più ricchi. E quindi è chiaro che questo non sta andando nella direzione che si era programmata. Però il percorso è tracciato: questo è il modo con cui noi possiamo uscire dalla crisi climatica. È chiaro che le azioni vanno prese in maniera decisa, rapida, e penso che sia la politica poi che debba andare in questa direzione.  

Giuseppe Nucera. Per parlare di giustizia climatica abbiamo qui con noi Elda Turco Bulgherini, vicepresidente dell’Agenzia Spaziale Italiana e in passato professoressa ordinaria di diritto della navigazione all’Università di Roma “Tor Vergata”. È ormai evidente come il cambiamento climatico non sia solo un fenomeno atmosferico e ambientale, ma una questione sociale, economica e politica. Da questo punto di vista la crisi climatica è, infatti, anche un fattore che genera e moltiplica l’ingiustizia a livello globale: i paesi che soffrono maggiormente gli impatti del cambiamento climatico non sono, infatti, quelli che hanno più contribuito a innescare il fenomeno. Ecco perché è sempre più necessario parlare di giustizia climatica. Elda Turco Bulgherini, ci può spiegare cosa si intende con questo termine e come si è evoluto negli ultimi anni il diritto internazionale in riferimento a questo tema? 

Elda Turco Bulgherini. La giustizia climatica è un principio che sostiene fondamentalmente l’equità nella distribuzione costi e benefici legati ai cambiamenti climatici. Si tratta sostanzialmente di riconoscere che le nazioni più povere e vulnerabili che hanno contribuito in misura minore al riscaldamento globale poi in realtà sono quelle che ne subiscono gli effetti più gravi. Ecco, questo concetto si basa su sull’idea che le responsabilità storiche ed attuali nei confronti del cambiamento climatico sono distribuite in modo diseguale tra i paesi. Le nazioni industrializzate che hanno emesso la maggior parte dei gas serra nel corso della storia dovrebbero quindi assumersi nei confronti dei paesi in via di sviluppo una maggiore responsabilità nel mitigare gli effetti del cambiamento climatico e nel sostenere le comunità che sono più vulnerabili. In tutto questo assistiamo ad un’evoluzione del diritto internazionale. Assistiamo ad un riconoscimento del diritto a un ambiente sano come un diritto fondamentale.   

Giuseppe Nucera. C’è quindi una mancanza di corrispondenza tra chi emette più gas serra, i motori della crisi climatica, e chi maggiormente soffre le conseguenze del riscaldamento globale. Tra i diversi negoziati internazionali che hanno cercato di ristabilire un equilibrio e tracciare una strada verso la giustizia climatica vi sono innanzitutto le Cop, ossia le Conferenze delle Parti che vedono ogni anno i paesi delle Nazioni Unite riunirsi e discutere del Clima. La più famosa è la Cop 21, che nel 2015 ha portato all’accordo di Parigi. Questo accordo internazionale ha stabilito come obbiettivo quello di contenere l’aumento della temperatura media globale limitato a 1,5 C° entro fine secolo. 

Elda Turco Bulgherini. Tra i vari accordi sicuramente quello di Parigi è il più significativo; è stato firmato nel 2015 e riguarda la riduzione delle emissioni di gas serra. Il bilancio ha evidenziato la necessità di raggiungere un picco di emissioni globali di gas a effetto serra entro il 2025 e prevede una riduzione di queste emissioni del 43% entro il 2030 e del 60 entro il 2035 rispetto ai livelli del 2019 fino a limitare il riscaldamento globale a 1,5 C°. I paesi dell’Unione Europea hanno firmato questo accordo e quindi sono vincolati. L’Unione Europea si è data questo traguardo di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050.
La COP 21 e l’accordo di Parigi hanno rappresentato una svolta cruciale inserendo il loss and damage tra i tre pilastri fondamentali dell’azione climatica insieme alla mitigazione, cioè alla riduzione delle emissioni, e all’adattamento, cioè alla capacità di far fronte agli impatti climatici. Tuttavia, registriamo che l’accordo non ha specificato meccanismi finanziari dettagliati per affrontare la perdita e i danni.  

Giuseppe Nucera. Una piccola svolta da questo punto di vista l’abbiamo avuta con la Cop29 di Baku, soprannominata Cop delle finanze climatiche in quanto è la prima conferenza sul Clima a chiudersi con un accordo dal punto di vista economico: le nazioni più ricche si sono impegnate, infatti, a contribuire con almeno 300 miliardi di dollari all’anno alla lotta globale contro il cambiamento climatico, anche se i Paesi in via di sviluppo sono rimasti molto insoddisfatti dato che chiedevano uno sforzo di oltre 1.000 miliardi di dollari all’anno. 

Elda Turco Bulgherini. Possiamo dire che la strada verso un sistema di risarcimento climatico completo ed equo è ancora molto lunga. Faccio dei riferimenti precisi. Il primo è che manca un quadro giuridico chiaro. Non esiste ancora un accordo internazionale che definisca in modo preciso le responsabilità degli stati e delle imprese per i danni climatici. Poi c’è sicuramente una difficoltà nel quantificare i danni. È estremamente complesso attribuire specifici eventi estremi come uragani, siccità, innalzamento del livello del mare ai cambiamenti climatici e quantificarne i danni economici e sociali associati a questi eventi estremi. 

Giuseppe Nucera. Quello del riconoscimento del danno ambientale e della responsabilità di stati e imprese per i danni climatici è in effetti una delle grandi sfide che la giustizia climatica sta affrontando ormai da alcuni decenni. Con il nostro nuovo ospite, l’avvocato Stefano Nespor, esperto di diritto ambientale e direttore della Rivista giuridica dell’ambiente online, cerchiamo ora di approfondire questo tema. Stefano Nespor, ci può definire cosa sono i danni ambientali provocati dal cambiamento climatico e come si distinguono dai danni ambientali che non hanno alcuna connessione con la crisi climatica in atto?  

Stefano Nespor. È una domanda a cui non è facilissimo rispondere perché è difficile distinguere i danni provocati dal cambiamento climatico e quelli provocati da normali fenomeni meteorologici. L’attribution science permette di dare una risposta, cioè con questo particolare settore della climatologia si cerca di individuare quali sono le responsabilità delle variazioni climatiche in un determinato evento e quali invece sono le responsabilità delle variazioni del tempo. Come si fa? In sostanza l’attribution science utilizza dei grandi computer e in uno, rispetto a un determinato evento, viene immesso quello che sarebbe potuto succedere senza le variazioni introdotte dall’effetto serra, dal gas serra e quindi senza le variazioni, diciamo, della anidride carbonica nell’atmosfera; nell’altro invece viene emesso quello che è successo con le variazioni che ci sono state dalla rivoluzione industriale in poi. Dalla comparazione di questi due modelli salta fuori quanto dipende dal cambiamento climatico. Ovviamente sono dati statistici, non sono dati precisi, ma in buona approssimazione permettono di dare quello che può essere ritenuto il danno dipendente dal cambiamento climatico e quali invece un danno che comunque si sarebbe verificato anche in assenza. Un esempio proprio attuale è dato dalla siccità in Sicilia che ha raggiunto dei livelli veramente impressionanti. La World Attribution Science, che è la l’organizzazione che organizza queste indagini scientifiche per i principali eventi atmosferici, ha potuto verificare, ha potuto stabilire che almeno il 50% della siccità attuale in Sicilia dipende dal cambiamento climatico, proprio facendo il paragone tra modelli senza gas serra nell’atmosfera e con i gas serra nell’atmosfera.

Giuseppe Nucera. Sembrebbe che il proverbio “una rondine non fa primavera” sia proprio azzeccato per parlare quindi del danno ambientale, vista la complessità che sta emergendo nel definire se le cause dietro a un danno siano dovute al fenomeno del cambiamento climatico o ad altri processi naturali indipendenti. La stessa complessità la ritroviamo dal punto di vista giuridico per il riconoscimento di eventuali responsabilità di Stati e imprese dietro ai danni ambientali? 

Stefano Nespor. Prima di tutto dobbiamo distinguere da due tipi di eventi e cioè gli eventi istantanei, le alluvioni per esempio e quelli che si chiamano Slow Onset Effects, cioè gli eventi che si verificano nel corso del tempo, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento degli oceani. Per gli eventi istantanei questa individuazione della responsabilità è più semplice, perché per quelli di lunga durata le concause possono essere moltissime e spesso sono difficili da isolare e individuare. Arrivando quindi agli eventi istantanei, sono state fatte indagini sia per quello che riguarda gli Stati, sia per quello che riguarda le singole imprese, le multinazionali che possono avere contribuito a provocare i danni alterando il clima. Partiamo dagli Stati. Se vogliamo considerare la responsabilità a partire da quando è cominciato a verificarsi il cambiamento climatico e cioè dalla rivoluzione industriale in poi, la principale responsabilità aggrava sugli stati attualmente industrializzati. Sono quelli che per primi hanno sfruttato le possibilità offerte dai combustibili fossili e quindi hanno provocato gas serra. Un’altra classifica è quella di calcolare la responsabilità da quando si sa che l’immissione dei combustibili fossili nell’atmosfera provoca il cambiamento climatico. Ragionevolmente si può far risalire al 1970-80 quando la situazione era ormai abbastanza chiara. In questo caso però altri stati, la Cina, l’India soprattutto vengono in primo piano insieme ai paesi industrializzati che hanno continuato immettere il gas serra nell’atmosfera. Tenete presente che attualmente la Cina è il principale stato che provoca gas serra nel mondo insieme agli Stati Uniti e a poca distanza l’Europa. Ma possiamo fare anche una terza classifica, forse più interessante, cioè vedere la responsabilità pro-capite, cioè vedere non tanto gli stati, ma all’interno degli stati suddividere la responsabilità a seconda degli abitanti. A questo punto tutto si rovescia. L’India che nella seconda classifica era ai primi posti precipita agli ultimi posti. Così pure la Cina retrocede stante la sua grande popolazione. Mentre al primo posto addirittura arriva l’Australia seguita dagli Stati Uniti e dall’Europa. Altro problema è quello delle imprese. Qui tenete presente un fatto, sono responsabili quelli che estraggono il petrolio e quelli che lo distribuiscono. Sono un po’ responsabili anche quelli che lo usano, però; chiunque di noi utilizzi l’automobile, gli aerei e così via, è in qualche modo responsabile. Anche qua l’individuazione, come vedete, della responsabilità non è così semplice. 

Giuseppe Nucera. Se quello dell’individuazione delle responsabilità risulta un percorso complicato, suppongo che la situazione non sia molto differente per quanto riguarda il riconoscimento del risarcimento dei danni causati dal cambiamento climatico. A che punto siamo? Ci sono state causa giuridiche che hanno stabilito degli indennizzi economici per i danni subiti a causa degli effetti del cambiamento climatico? 

Stefano Nespor. Molte sono le cause che sono state avviate di responsabilità. A questo proposito, da molti anni c’è un apposito centro presso la Columbia University che si chiama il Sabin Center che classifica e registra tutte le cause proposte nel mondo di responsabilità. Sono però cause in cui la responsabilità non arriva praticamente mai al risarcimento. La gran parte delle cause sono proposte contro gli Stati per ottenere che si adeguino a determinate regole, Generalmente sono le regole dal 2015 fissate dall’accordo di Parigi, e rispettino quelle regole nell’emettere loro normative in materia di energia, di produzione energia. Capite che qui non è un problema di risarcimento, è un problema però di rispetto delle regole. Altre cause sono state proposte contro le imprese, soprattutto negli Stati Uniti, e però sono state quasi tutte perse.

Giuseppe Nucera. Con Elda Turco Bulgherini di Asi e l’Avvocato Stefano Nespor abbiamo appena visto quanta strada, ormai a 10 anni dall’accordo di Parigi del 2015, dovremo ancora compiere per approdare a una piena giustizia climatica a tutela dei paesi che più stanno soffrendo le conseguenze del cambiamento climatico, e per giungere a un sistema concreto ed efficace di risarcimento per i danni climatici. Parafrasando il significato del proverbio “Una rondine non fa primavera”, possiamo dunque valutare l’accordo della cop29 di Baku del 2024, ossia l’impegno di 300 miliardi di dollari all’anno a favore dei Paesi più vulnerabili a fronte dei 1.300 miliardi annui considerati necessari, solo come un primo piccolo segnale piuttosto che un radicale cambio di rotta.
Intanto noi continueremo con le prossime puntate di Mezze Stagioni ad approfondire altre e nuove sfaccettature di questo enorme fenomeno ambientale e sociale, quello della crisi climatica e del riscaldamento globale, partendo come sempre da un nuovo proverbio popolare sul meteo ascoltandolo grazie alle vostre registrazioni e alle vostre voci, nei diversi dialetti italiani, per un nuovo viaggio nel clima, nello spazio e nel nostro Bel Paese. 

Giulia Bonelli: Giornalista scientifica freelance appassionata di clima, ambiente, osservazione della Terra e astronomia. Ha una laurea in filosofia e un master in comunicazione della scienza alla Sissa di Trieste. Collabora con la società di comunicazione della scienza formicablu ed è co-fondatrice di Facta.eu, centro no profit che applica il metodo scientifico al giornalismo. Dal 2015 collabora con Global Science, convinta che lo spazio sia un punto di vista privilegiato per comprendere meglio il nostro pianeta.