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Una stella in ‘esilio’

Cacciata via nelle profondità dello spazio quando la sua compagna ha concluso la propria vita con un ‘botto’: si tratta di Zeta Ophiuchi (Z Oph in breve), la terza stella più luminosa della costellazione dell’Ofiuco, situata ad una distanza di circa 440 anni luce dalla Terra.

Le complesse vicende di questo astro, ritratto nell’immagine in alto che è stata realizzata con i dati delle missioni Spitzer e Chandra della Nasa, sono analizzate nell’articolo “Thermal emission from bow shocks II: 3D magnetohydrodynamic models of Zeta Ophiuchi”; lo studio, coordinato dall’Istituto per gli Studi Avanzati di Dublino, è stato accettato per la pubblicazione su Astronomy & Astrophysics ed è al momento disponibile in anteprima sulla piattaforma arxiv.org.

Z Oph è una stella calda, 20 volte più massiccia del Sole; le nuove osservazioni condotte con l’osservatorio a raggi X Chandra hanno messo in rilievo ulteriori particolari del suo passato. Tuttavia, da precedenti indagini era già emerso l’evento traumatico che l’ha allontanata dal suo luogo di origine: Z Oph, infatti, aveva una stella compagna che, oltre un milione di anni fa, è esplosa come supernova. Il ‘botto’ ha prodotto un’onda d’urto che ha scagliato Z Oph nello spazio ad un ritmo di circa 160mila chilometri all’ora; tale onda è stata individuata nei dati all’infrarosso della missione Spitzer, terminata il 30 gennaio 2020. Nell’immagine in alto, il fenomeno è evidenziato in verde e rosso, mentre in blu vediamo una ‘bolla’ di emissioni nei raggi X, situata intorno alla stella e osservata da Chandra. La bolla è stata prodotta dal gas riscaldato a milioni di gradi dall’impulso dell’onda d’urto.

Gli autori dello studio hanno creato i primi e più dettagliati modelli informatici dell’onda d’urto, utilizzando i dati ottenuti in varie lunghezze d’onda. I tre modelli realizzati, però, prevedono un’emissione di raggi X più debole rispetto a quanto è stato osservato; la bolla di raggi X è più splendente nei pressi di Z Oph, mentre secondo due di essi l’emissione X dovrebbe essere più luminosa vicino all’onda d’urto. Il gruppo di lavoro intende proseguire l’attività sperimentale, testando modelli più complessi e arricchiti da ulteriori dati quali gli effetti della turbolenza e l’accelerazione delle particelle.

(Crediti immagine: Nasa/Cxc/Dublin Inst. Advanced Studies/S. Green et al.; Infrared: Nasa/Jpl/Spitzer)

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