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L’impatto che formò la crosta lunare

Come si è formato il nostro satellite?  Ancora oggi sono tante le incognite rimaste aperte sull’origine della Luna,  nonostante sia il corpo celeste a noi più familiare e più vicino.

Dall’analisi di un campione di roccia lunare raccolto dalla missione Apollo 17, un nuovo studio afferma che parte della crosta lunare avrebbe avuto origine dall’impatto tra la Luna e un gigantesco meteorite,  confermando la teoria dei grandi impatti che avrebbero portato alla formazione del nostro satellite.

Analizzando i campioni di roccia,  i ricercatori hanno trovato evidenze mineralogiche che confermano che tali rocce si sarebbero formate a temperature molto alte,  superiori a 2300 gradi centigradi. Temperature che possono essere raggiunte solo a seguito di grandi impatti di meteoriti sullo strato esterno di un pianeta o di un oggetto celeste.

All’interno delle rocce, infatti, è stata rilevata la presenza di zirconi, un minerale che ha origine all’interno di magmi a temperature molto elevate,  e che secondo lo studio si sarebbe formato circa 4,3 miliardi di anni fa.

I risultati della ricerca, quindi, non solo confermerebbero la teoria dei grandi impatti, ma potrebbero anche aiutare la comunità scientifica a comprendere come abbiano fatto gli strati interni ed esterni della Luna a mescolarsi dopo la sua formazione.

«Studiando la Luna, possiamo capire meglio la prima storia del nostro pianeta. Se grandi impatti surriscaldati stavano creando rocce sulla Luna, lo stesso processo probabilmente stava accadendo qui sulla Terra», spiega Lee White, co-autore dello studio.

«Osservando per la prima volta questa roccia, sono rimasto sorpreso dall’aspetto diverso dei minerali rispetto ad altri campioni dell’Apollo 17. Anche se più piccolo di un millimetro, il minerale che ha attirato la nostra attenzione è stato il più grande che abbia mai visto nei campioni di Apollo. Questo piccolo campione contiene ancora le prove  della formazione di un bacino di impatto che aveva un diametro di centinaia di chilometri. Questo è significativo, perché non vediamo alcuna prova di questi vecchi impatti sulla Terra».

Lo studio è stato pubblicato su Nature Astronomy.

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