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Sofia svela i segreti del Cigno

Si trova nella costellazione del Sagittario – a oltre 5mila anni luce dalla Terra – e il suo aspetto ricorda la silhouette aggraziata della testa di un cigno, tanto da farle guadagnare un appellativo decisamente meno arido delle sue sigle di catalogo M17 e Ngc 6618: è appunto la Nebulosa del Cigno, protagonista di una recente campagna di indagine condotta con l’osservatorio Sofia (Stratospheric Observatory For Infrared Astronomy), missione congiunta della Nasa e dell’agenzia spaziale tedesca Dlr.

Il Cigno, osservato per la prima volta dall’astronomo svizzero Jean-Philippe Loys de Cheseaux nel 1746, ha assunto l’aspetto attuale in tempi abbastanza recenti dal punto di vista astronomico; osservata nuovamente e catalogata dal collega francese Charles Messier nel 1764, la nebulosa presenta regioni che si sono originate separatamente nel corso della sua vita millenaria, caratterizzata da un’intensa formazione stellare.

Nota anche come Nebulosa Omega, questa entità è stata lungamente studiata, ma solo con Forcast – la fotocamera ad infrarossi di Sofia – è stato possibile sbirciare nelle sue aree centrali, particolarmente brillanti perché popolate da numerose stelle giovani e massicce; questi oggetti celesti sono difficili da osservare anche con i telescopi spaziali perché si stanno sviluppando all’interno di gusci di polveri e gas, ma non sono sfuggiti allo sguardo dell’osservatorio Nasa-Dlr che può studiare le lunghezze d’onda nel medio e nel lontano infrarosso.

I dati di Sofia hanno rivelato l’esistenza di nove proto-stelle mai viste prima d’ora e hanno permesso di calcolare l’età delle differenti aree della nebulosa. La zona centrale appare maggiormente evoluta rispetto alle altre e quindi dovrebbe essere quella più antica, mentre l’area meridionale sembra più giovane; la regione settentrionale, invece, si trova in una fase evolutiva intermedia e il suo materiale ha subìto gli effetti delle radiazioni e dei venti stellari di antiche famiglie di astri al punto che la nascita di nuove generazioni ne è risultata condizionata.

Le stelle massicce, come quelle della Nebulosa del Cigno, sono in grado di rilasciare ingenti quantità di energia e di influenzare quindi l’evoluzione di intere galassie. Astri di questo tipo sono poco diffusi (meno dell’1%), quindi le loro caratteristiche non sono ancora molto conosciute; di conseguenza, i dettagli rivelati da Sofia rivestono particolare interesse per gli astronomi.

Nello specifico, l’immagine realizzata dall’osservatorio Nasa-Dlr mostra in blu il gas riscaldato dalle stelle massicce situate vicino al centro e in verde le polveri, anch’esse portate ad alte temperature dalle medesime stelle e da quelle neonate. Per le aree in rosso, invece, sono stati utilizzati i dati della missione Herschel dell’Esa, che evidenziano le polveri fredde; infine, in bianco, il campo stellare osservato dal telescopio Spitzer della Nasa, che alla fine del corrente mese andrà in ‘pensione’ dopo oltre 16 anni di attività.

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