Nel cuore remoto del Pacifico sud‑occidentale, vicino alla Papua Nuova Guinea, un’eruzione sottomarina nel Mare di Bismarck ha attirato l’attenzione di una rete internazionale di satelliti della Nasa e del programma europeo Copernicus, sviluppati da Esa: una breve sequenza di terremoti ha anticipato la comparsa, nelle immagini orbitali, di pennacchi bianchi ricchi di vapore che risalivano dalla superficie del mare. In un’area dove la mappatura batimetrica è ancora sorprendentemente scarsa, lo sguardo dallo spazio è diventato l’unico strumento realmente efficace per comprendere ciò che accade a centinaia di metri di profondità.
Le prime conferme sono arrivate dai satelliti Aqua e Terra della Nasa, che hanno registrato le colonne di vapore e le acque scolorite attorno al punto di emissione. Il sensore oceanografico della missione Pace ha mostrato un’ampia area di acqua verde e torbida, segno della presenza di materiale vulcanico in sospensione. Nei giorni successivi, le immagini ad alta risoluzione di Sentinel‑2 e Landsat 9 hanno rivelato dettagli sempre più nitidi: zolle di pomice trascinate dalle correnti, bande di acqua lattiginosa, piccoli sbuffi di cenere che raggiungevano l’atmosfera. Il 12 maggio, i dati termici del sensore Viirs hanno individuato anomalie distribuite su circa sette chilometri quadrati, un indizio della presenza di materiale molto caldo vicino alla superficie.
Pomice galleggiante e acqua verde e scolorita si estendono a sud-ovest dal sito dell’eruzione, mentre un pennacchio vulcanico bianco si sposta verso ovest in questa immagine acquisita da Modis (Moderate Resolution Imaging Spectroradiometer) sul satellite Terra della Nasa, il 15 maggio 2026. Crediti: Osservatorio della Terra Nasa/Michala Garrison
Secondo gli scienziati, l’eruzione si sta sviluppando lungo la Titan Ridge, una dorsale vulcanica situata a una decina di chilometri dal sito di un’eruzione registrata nel 1972. La profondità esatta del condotto attivo resta incerta, ma la quantità di calore rilevata suggerisce un sistema molto più superficiale di quanto indichino le mappe disponibili. È proprio questa mancanza di dati ad accrescere il valore delle osservazioni satellitari, che in casi come questo diventano un laboratorio naturale per testare la capacità delle missioni orbitali di monitorare fenomeni rapidi e difficili da raggiungere.
Gli scienziati stanno ora osservando con particolare attenzione un possibile sviluppo: la nascita di una nuova isola. È un evento che i satelliti hanno documentato solo in pochissime occasioni, come nel caso di Hunga Tonga‑Hunga Ha‘apai nel 2015 e nel successivo collasso esplosivo del 2022. Se dal fondale dovesse emergere un cono stabile, i ricercatori potrebbero seguirne la crescita, l’erosione e l’eventuale colonizzazione biologica, un processo che negli ultimi anni ha offerto indicazioni preziose sulla formazione dei paesaggi vulcanici e sulla loro evoluzione.
Per ora, l’eruzione appare meno esplosiva rispetto ai grandi eventi sottomarini degli ultimi anni, probabilmente perché si trova in un’area di espansione tettonica, dove il magma tende a produrre attività meno violente rispetto alle zone di subduzione. Ma la situazione potrebbe cambiare rapidamente se l’acqua marina dovesse penetrare nel sistema magmatico superficiale, innescando reazioni più energetiche. Anche per questo, i team scientifici stanno già preparando analisi radar con la missione Nisar e con la costellazione canadese Radarsat, strumenti fondamentali per misurare eventuali variazioni della superficie del mare e per tracciare la comparsa di nuovi rilievi.
In un contesto in cui il fondale oceanico rimane uno degli ambienti meno conosciuti del pianeta, questa eruzione rappresenta un banco di prova per l’osservazione della Terra dallo spazio. Le missioni satellitari, governative e commerciali, stanno offrendo una quantità di dati senza precedenti, trasformando un evento remoto in un caso di studio globale.
Immagine in alto: Pennacchi vulcanici molto vicini, circondati da nuvole, scorrono da una piattaforma vulcanica subacquea in crescita in questa immagine catturata da Oli (Operational Land Imager) su Landsat 9 l’11 maggio 2026, tre giorni dopo l’inizio dell’eruzione. L’immagine enfatizza la firma infrarossa dell’eruzione. Crediti: Immagini dell’Osservatorio della Terra della Nasa di Michala Garrison.
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