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Il piano di SpaceX per l’IA del futuro

Veduta della Terra ripresa da una telecamera di bordo durante il Flight 11, con un fascio di luce solare che illumina l’atmosfera

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Space X ha ufficialmente acquisito xAi, la società di intelligenza artificiale fondata da Elon Musk, consolidando sotto un’unica guida due delle realtà tecnologiche oggi più influenti e ambiziose. L’annuncio, diffuso il 2 febbraio dalla compagnia, conferma una strategia che va ben oltre la semplice espansione del gruppo: l’obiettivo dichiarato è costruire una nuova generazione di data center nello spazio, capaci di alimentare i futuri sistemi di IA con una potenza di calcolo impossibile da ottenere sulla Terra. Nella nota pubblicata sul sito dell’azienda, Musk parla della creazione di «un motore d’innovazione integrato, sulla Terra e fuori da essa», unendo tecnologie spaziali, reti satellitari, IA e infrastrutture digitali in un unico sistema pensato per operare senza confini.

Questa operazione si fonda su un presupposto semplice e radicale: per far crescere l’intelligenza artificiale, il pianeta non basta più. Negli ultimi mesi, Musk ha insistito su un punto cruciale: «Gli attuali progressi dell’IA dipendono da grandi data center terrestri che richiedono immense quantità di energia e di raffreddamento». La crescita esponenziale dei modelli richiede infatti potenza di calcolo sempre maggiore, e la domanda energetica rischia di diventare insostenibile. «La domanda globale di elettricità per l’IA non può essere soddisfatta con soluzioni terrestri senza imporre difficoltà alle comunità e all’ambiente», ha scritto, anticipando così la logica che spinge a spostare l’infrastruttura computazionale fuori dall’atmosfera.

Da qui nasce la sua convinzione che l’IA basata nello spazio è, nel lungo periodo, l’unico modo per crescere, una dichiarazione che riassume il cambio di paradigma immaginato per i sistemi di elaborazione dei dati. Se la Terra impone limiti, lo spazio offre risorse virtualmente illimitate: energia solare abbondante, assenza di vincoli territoriali e un ambiente adatto a costruire architetture computazionali di dimensioni impossibili da replicare al suolo.

Starship/Super Heavy sulla rampa di lancio prima del volo 11. Crediti: SpaceX

Il progetto prende forma in un piano che sembra uscito dalla fantascienza: una costellazione che potrebbe arrivare fino a un milione di satelliti, ciascuno concepito come un nodo computazionale autonomo alimentato esclusivamente dall’energia solare. È quanto SpaceX ha descritto nel documento presentato alla Federal Communications Commission, immaginando una rete distribuita capace di generare una potenza computazionale dell’ordine delle centinaia di gigawatt all’anno. I satelliti orbiterebbero tra i 500 e i 2.000 chilometri di altitudine, collegati fra loro tramite sistemi ottici ad altissima capacità e sarebbero in grado di eseguire modelli avanzati di IA direttamente nello spazio.

In questa visione, anche Starship assume un ruolo centrale. Musk ha spiegato che una costellazione di tali dimensioni costituirebbe un fattore trainante per incrementare la cadenza dei lanci, fino a immaginare un futuro in cui «con lanci ogni ora che trasportano 200 tonnellate per volo, Starship potrà consegnare milioni di tonnellate all’anno in orbita e oltre», abilitando una nuova fase industriale dell’esplorazione e del potenziamento infrastrutturale dello spazio.

La fusione tra SpaceX e xAi — un’operazione valutata fino a 1,25 trilioni di dollari — rappresenta dunque molto più di una strategia finanziaria: è una dichiarazione d’intenti sul futuro dell’infrastruttura digitale globale, un futuro che potrebbe emanciparsi dai vincoli terrestri per spostare il cuore pulsante dell’elaborazione dei dati ben oltre l’atmosfera. Naturalmente, le sfide tecniche non mancano: latenza, radiazioni, manutenzione in orbita e gestione del traffico spaziale sono solo alcune delle questioni sollevate dagli analisti.

Eppure, nella visione di Musk, tutto appare parte di un disegno più ampio. «Le capacità che sbloccheremo renderanno possibili basi auto‑crescenti sulla Luna, una civiltà su Marte e, in definitiva, l’espansione verso l’universo», ha dichiarato, lasciando intravedere un futuro in cui l’intelligenza artificiale e l’infrastruttura orbitale diventano il motore di una nuova stagione di esplorazione umana dello spazio.

 

Immagine in alto: veduta della Terra ripresa da una telecamera di bordo durante il Flight 11, con un fascio di luce solare che illumina l’atmosfera. Crediti: SpaceX

Germana Galoforo: Germana Galoforo è Primo Tecnologo presso l'Agenzia Spaziale Italiana, dove da oltre 19 anni cura, progetta e gestisce iniziative educative e di divulgazione tecnico-scientifica in ambito spaziale, oltre a eventi ispirazionali per i giovani, a livello nazionale e internazionale. Dopo la Laurea con lode in Scienze della Comunicazione presso l'Università Sapienza di Roma, ha conseguito il titolo di Dottore di Ricerca in Marketing e Comunicazione d'Impresa presso l'Università IULM di Milano, dove ha successivamente svolto un periodo di docenza e ricerca. È stata responsabile delle attività educative per sette missioni di astronauti italiani a bordo della Stazione Spaziale Internazionale e, attualmente, ricopre l'incarico di responsabile del Settore Education e Outreach di ASI. È Chair e delegata italiana presso l'Advisory Committee on Education dell'Agenzia Spaziale Europea (ESA). È inoltre autrice di numerosi articoli e pubblicazioni scientifiche.