Per capire se la vita possa esistere altrove nel Sistema Solare, alcuni scienziati italiani guardano prima di tutto alla Terra, studiando i luoghi più estremi del nostro pianeta. Ambienti come sorgenti termali e laghi vulcanici, dove la vita sopravvive al limite delle sue possibilità, offrono infatti un’opportunità unica per comprendere quali tracce biologiche potrebbero essere individuate su Marte o su altri corpi celesti potenzialmente abitabili del Sistema Solare.
Da questa idea nasce il progetto Helena – acronimo di Habitat Estremi di Laghi vulcanici per l’Esplorazione Astrobiologica – selezionato e finanziato dall’Agenzia Spaziale Italiana e coordinato dall’Università Alma Mater di Bologna, in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), l’Università della Tuscia e l’Università di Chieti-Pescara – International Research School of Planetary Sciences.
Il progetto, della durata di tre anni e avviato nell’ottobre 2023, coinvolge un team multidisciplinare composto da geologi, geobiologi, microbiologi, vulcanologi, chimici e geochimici. I ricercatori hanno condotto campagne di studio presso il Lago Bagno dell’Acqua, nel Parco Nazionale dell’isola di Pantelleria, in Sicilia, e nel sito geotermale di Alalobad, nella regione dell’Afar, in Etiopia. Qui vengono raccolti campioni di rocce, sedimenti, fluidi e gas per la caratterizzazione chimico-fisica degli ambienti, lo studio delle comunità microbiche e dei loro processi di fossilizzazione, che possono fornire un’analogia con ciò che le future missioni spaziali cercheranno (e probabilmente troveranno) su altri pianeti.
Il lavoro sul campo non è semplice: temperature estreme, terreni instabili ed elevata acidità richiedono una preparazione logistica accurata, attività concentrate nelle prime ore del giorno per evitare il picco di calore e grande attenzione alla sicurezza. In particolare, in Etiopia, il team ha lavorato a stretto contatto con guide locali e comunità della regione dell’Afar, integrando le conoscenze tradizionali del territorio con le esigenze della ricerca scientifica e gli obiettivi dell’esplorazione astrobiologica.
Alalobad è un’area geotermale attiva nella Depressione dell’Afar, le cui condizioni ambientali potrebbero ricordare, per certi aspetti, quelle presenti su Marte oltre tre miliardi di anni fa. Qui il paesaggio appare quasi alieno: il terreno è punteggiato di pozze ribollenti che raggiungono temperature estremamente elevate, talvolta prossime o superiori ai 90 °C, con valori di pH molto variabili, getti di vapore, piccoli geyser e fumarole, ed è disseminato di colori intensi – dal giallo all’arancio – generati dai pigmenti dei microrganismi che prosperano in queste condizioni.
Il sito geotermale di Alalobad è stato scelto e studiato proprio per le sue condizioni estreme, che lo rendono un laboratorio naturale e un analogo marziano. Qui è possibile osservare come i microrganismi estremofili si adattino e prosperino in ambienti apparentemente inospitali, comprendere come identificare tracce di attività biologica (biofirme) nei minerali e nei sedimenti, sviluppare modelli utili a guidare la selezione dei campioni nelle future missioni spaziali, come ExoMars 2028 e, in prospettiva, le missioni di ritorno di campioni marziani (Mars Sample Return), nonché testare strumenti e metodologie che saranno impiegati nei rover e nelle sonde di prossima generazione.
Il progetto Helena rappresenta quindi una tappa fondamentale nella preparazione all’esplorazione astrobiologica dello spazio. Studiare come la vita terrestre affronta condizioni apparentemente proibitive contribuisce ad affinare strumenti e metodi scientifici indispensabili per rispondere a una delle domande più profonde dell’umanità: siamo soli nell’universo?
Crediti video: Fabio Pisciotta/INGV, Esa