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Rosso di sera bel tempo si spera

Rosso di sera, bel tempo si spera. Un proverbio che ha origini antiche, attraversa i secoli e arriva fino a noi carico di significati, credenze e a volte anche fraintendimenti. Ma quanto c’è di vero dietro al colore dei tramonti? E cosa ci dice davvero il Sole sul clima della Terra, nell’epoca della crisi climatica?

Il secondo episodio del podcast Mezze Stagioni parte proprio da qui e costruisce un viaggio tra storia, fisica dell’atmosfera, scienza del clima e osservazione spaziale, smontando luoghi comuni e false credenze – come l’idea che il Sole possa essere responsabile del riscaldamento globale.

La storica Caterina Brazzi Castracane ci guida alle origini culturali del proverbio, mostrando come già nel 1300 l’uomo cercasse nel colore del cielo segnali affidabili sul tempo che sarebbe venuto.

Con Stefano Caserini, docente all’Università di Parma e fondatore di Climalteranti, entriamo nel cuore del dibattito climatico contemporaneo: il ruolo dei gas serra, il peso delle attività umane e le false narrazioni che attribuiscono al Sole la responsabilità del riscaldamento globale.

Mauro Messerotti e Denise Perrone dell’Agenzia Spaziale Italiana spiegano invece come le missioni spaziali e i satelliti permettano oggi di misurare con precisione l’energia solare, l’atmosfera e le loro interazioni con il sistema Terra.

Mezze Stagioni è un podcast dell’Agenzia Spaziale Italiana per capire il clima che cambia con uno sguardo storico-spaziale.

Autori: Giulia Bonelli e Giuseppe Nucera
Storia dei proverbi: Caterina Brazzi Castracane
Post-produzione: Paola Pagone
Musica: Luca Cipriani
Consulenza su identità visiva e social: Italiaonline
Consulenza editoriale: Daniela Amenta
Coordinamento editoriale: Giuseppina Pulcrano e Manuela Proietti

Ascolta “Non ci sono più le mezze stagioni”,  il primo episodio del podcast Mezze Stagioni

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Caterina Brazzi Castracane  Ma egli rispose: “Quando si fa sera, voi dite: Bel tempo, perché il cielo rosseggia; e al mattino: Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo.  (Matteo 16.2). Non temete, nessuna svolta mistica. Ma non possiamo di certo non notare che l’antico adagio “Rosso di sera bel tempo si spera” trovi origine nelle parole rivolte da Gesù a farisei e sadducei, qui riportate dal Vangelo di Matteo. Il tutto compare anche nella prima versione inglese della Bibbia, tradotta, nel XIV secolo, da Jhon Wycliffe, dotto teologo e anticipatore della Riforma protestante, così inviso alle gerarchie cattoliche da essere condannato come eretico post mortem, con tanto di riesumazione e rogo della salma prima di disperderne i resti nel fiume Swift. Altro che bel tempo, penserete voi, e in effetti per la libertà di pensiero bei tempi quelli non erano. Ma se leggiamo questa storia come una fonte, vien da chiedersi come mai farisei e sadducei assodavano che se la sera il tramonto fiammeggia ci si può aspettare un più roseo domani e soprattutto perché, al di là delle traduzioni, il biblico passo sia diventato un proverbio internazionale. Sì, perché esiste anche una versione inglese del motto nostrano, che recita ‘Red sky at night, shepherd’s delight’ – ovvero il sole rosso la sera provocherebbe “delizia nel pastore”, o nel marinaio, nella variante del proverbio ‘sailor’s delight’. Con tanto di ammonimento paritetico: ‘Red sky in the morning, shepherd’s warning’, da noi diventato, per amor della rima, “rosso di mattina la pioggia si avvicina”.  Sembrerebbe dunque che le antiche credenze teologiche coincidano in alcuni punti con la sapienza dei motori dell’economia inglese del tardo medioevo, quei marinai e pastori chiamati ogni giorno a sperare nel bel tempo per poter garantire un pasto caldo a loro stessi, agli animali e alla Nazione. E la scienza cosa dice a riguardo? Secondo l’istituto di Biometerologia del Cnr, il proverbio si potrebbe definire una previsione meteorognostica, versione intuitiva della meteorologia fondata sull’osservazione dei fenomeni naturali. L’esperienza quindi sarebbe la prima ragione probabilistica che ci porta a sperare nel rossore del tramonto come segno di buon auspicio. Ma perché proprio il vermiglio tra tutti i colori dell’arcobaleno? A deciderlo è in questo caso sua maestà la luce e come questa cambia attraversando l’atmosfera. Se sulla sua strada la luce incontra vapore acqueo, infatti, il rosso si stempererà in tinte più pallide, mentre se l’aria è più secca, il colore acquisterà tinte sempre più forti, somigliando a un tramonto impressionista. Si aggiunga poi che normalmente, alle medie latitudini, le perturbazioni giungono spesso da ovest, direzione in cui tramonta il sole, e dunque se all’imbrunire non vi è eccessiva umidità nell’aria e nulla trasforma il rosso in un rosa pastello si può ben sperare che non giungano notte tempo, lasciandoci svegliare con clima assolato.  Ma se al mattino il rosso si trova a est… Allora date un senso alla modernità, e uscite con l’ombrello. 

Giuseppe Nucera. In fondo lo sappiamo, i viaggi più affascinanti sono quelli che ci conducono altrove rispetto alla meta prefissata, facendoci così vivere nuovi luoghi ed esperienze totalmente impreviste. Lo stiamo percependo anche in questa nostra indagine finalizzata a comprendere se i proverbi sul meteo che tutti noi conosciamo abbiano un fondamento scientifico o meno.  Guidati dalla storica Caterina Brazzi Castracane, la nostra ospite fissa che abbiamo appena ascoltato, abbiamo scoperto che il detto popolare “Rosso di sera bel tempo si spera” ha radici sacre che affondano nella Bibbia, così come robuste ramificazioni che approdano nel mondo laico della meteorologia.
Un indizio che ci invita a cercare dietro ai nostri proverbi non tanto una verità, piuttosto l’intreccio di conoscenze che giungono dalle diverse sfere culturali della nostra società. Io sono Giuseppe Nucera e questo è Mezze Stagioni, un podcast dell’Agenzia Spaziale Italiana per capire il clima che cambia con uno sguardo storico-spaziale.  Partiamo dall’unica certezza che abbiamo su questo nostro viaggio: per orientarci in quello che possiamo considerare l’immenso mare del cambiamento climatico la nostra stella polare potrà essere solo la Scienza. Grazie a essa non troveremo verità indissolubili ma risposte alle nostre domande. Uno dei quesiti a cui vogliamo rispondere si interroga sulle cause dell’aumento delle temperature che il nostro pianeta sta registrando, un fenomeno davanti al quale è facile chiedersi se la crisi climatica che stiamo vivendo dipenda anche dal Sole. La risposta è no. Anzi, questa è proprio una delle false credenze sull’origine del riscaldamento globale, come ci spiega Stefano Caserini, ingegnere ambientale e Professore all’Università di Parma. L’intervista è di Giulia Bonelli, per la rubrica “Climi tempestosi”.

Giulia Bonelli. “Che il sole abbia un’influenza sul clima è ovvio. Senza il sole semplicemente non ci sarebbe il clima, come non ci saremmo noi e il resto delle specie viventi sul pianeta Terra. La tesi sostenuta da molti negazionisti è che la variabilità della radiazione solare sia il fattore più importante, il fattore che più ha influito sulle variazioni climatiche registrate nel recente passato e che più influirà sulle variazioni future.” Questo che ho appena letto è un estratto del libro A qualcuno piace caldo di Stefano Caserini, pubblicato da Edizioni Ambiente nel 2008. Ingegnere ambientale, esperto di cambiamenti climatici, Professore all’Università di Parma e fondatore di Climalteranti.it, che è uno dei principali siti in Italia di informazione sul clima, Caserini è autore di moltissime pubblicazioni sia scientifiche che divulgative. In “A qualcuno piace caldo”, che poi è diventato anche una conferenza-spettacolo, Caserini passa in rassegna leggende, false credenze e vere e proprie bufale sul cambiamento climatico. Ad esempio, quella che leggevo poco fa secondo cui sarebbe il Sole, e non l’essere umano, il principale responsabile del riscaldamento globale. Vedremo tra poco perché non è così. Ma prima di tutto abbiamo chiesto a Stefano Caserini di introdurci un po’ a quell’insidioso e complesso mondo della disinformazione climatica raccontata appunto nel libro A qualcuno piace caldo. 

 Stefano Caserini. Il libro A qualcuno piace caldo è stato scritto nel 2007 ed è stato pubblicato nel 2008. È nato in un contesto in cui quello che io chiamo un negazionismo climatico, ossia il testardo irragionevole rifiuto dell’evidenza scientifica sul cambiamento climatico era molto più diffuso di oggi. Non dimentichiamo che più di 15 anni fa un articolo su due di quelli che pubblicava il Corriere della Sera o Il Sole 24 Ore metteva in discussione che davvero il problema fosse grave o che fosse colpa dell’uomo e così via. Adesso è completamente cambiato. Questi di fatto 17 anni sono stati anni in cui il clima stesso ci ha mostrato cos’è il riscaldamento globale . E questo ha contribuito sicuramente ad affievolire le voci negazioniste, che però non si sono completamente spente – si sono forse più radicalizzate in un contesto ideologico, un po’ come anche negli Stati Uniti. In realtà vediamo come gli stessi argomenti del libro del 2008 – il sole, i vulcani – ogni tanto vengono tirati fuori. Poi, rispetto alla lettura che ho fatto lì, adesso ormai che c’è in corso riscaldamento globale lo negano in pochi. Sull’influenza umana sono, diciamo, qualcuno in più. Siamo più spostati sul “fare qualcosa costa troppo”.  

Giulia Bonelli. Ecco, rispetto alla responsabilità umana: l’esempio che citavamo prima è indicativo di questa disinformazione sul clima che soprattutto in passato cercava di sviare l’attenzione dall’origine antropica del cambiamento climatico. Parliamo quindi un po’ più in dettaglio della tesi, anzi dovremmo dire della bufala, secondo cui il riscaldamento globale dipenderebbe dall’attività del Sole. 

Stefano Caserini.  È un argomento degli anni ’90. Già negli anni 2000, nel 2005, era chiaro che l’influenza solare non poteva essere un fattore determinante. A parte che le teorie erano tante ed erano diverse. Prima c’era il ciclo delle macchie solari, poi c’erano i raggi cosmici, poi c’era feedback sui raggi cosmici legati a certi tipi di nubi, poi dopo un effetto iris, insomma altre cose. Alla fine sono usciti parecchi articoli che hanno cercato in tutti i modi di trovare quel la possibilità che il sole influenza il clima e che si son dovuti arrendere, proprio perché ci sono degli ordini di grandezza di differenza fra quello che è il contributo in termini di forzanti radioattive della variazione solare o dei suoi feedback e quello dell’attività umana. Quindi ormai chi cita il Sole non è più neanche chiaro quale teoria di tutte quelle che sono uscite citi. Ma son cose che vengono sostanzialmente ignorate dalla comunità scientifica che pubblica sulle riviste serie. Vanno su riviste di secondo livello, dopo immagino che sono state bocciate dalle riviste principali. Ecco, fanno un po’ di scalpore in quelle cerchie negazioniste e poi vengono di fatto smentiti da soli perché poi cambiano teoria anche loro stessi. Quindi di fatto il tema solare oggi non esiste più. Ecco, io non direi che oggi esiste una teoria solare: esisteva negli anni 90 e negli anni 2000, adesso neanche più i negazionisti ci provano seriamente. Poi ecco ci potrebbe essere il grande Puffo verde che sparge il suo velo sulla terra e aumenta le temperature, non possiamo escluderlo, non c’è la certezza assoluta che non sia il Grande Puffo Verde. Però dopo almeno trent’anni di ricerca scientifica ai massimi livelli direi che i range di incertezze si sono molto ridotti. 

Giulia Bonelli. E quindi, escludendo spiegazioni stravaganti come il grande puffo verde o l’origine solare del riscaldamento globale, che mi par di capire sono ormai allo stesso livello quanto a fondatezza scientifica, che cosa ci mostrano ad oggi i dati? In che modo le emissioni e gli inquinanti che l’essere umano immette in atmosfera stanno progressivamente aumentando l’effetto serra?  

Stefano Caserini. La spiegazione in cui si riconosce l’intera comunità scientifica è che ci sono alcune sostanze che sono in grado di trattenere e assorbire parte della radiazione infrarossa che viene emessa dalla terra quando la terra si riscalda dopo essere stata irradiata dal Sole. Parte di questa radiazione viene di fatto riflessa al suolo, viene trattenuta – possiamo usare termini  diversi, non tutti magari precisa – però di fatto viene intrappolata nel sistema climatico e di conseguenza questo porta a un aumento le temperature. È un effetto naturale, l’effetto serra, che noi amplifichiamo. E la paleoclimatologia ci mostra come sono presenti dei feedback che sono in grado di amplificare questo aumento di riscaldamento legato all’aumento della temperatura dovuto a un inizio di assorbimento della radiazione. Poi scatta l’effetto del feedback del vapore acqueo, delle calotte glaciali… Quindi ormai gli scienziati riescono a ricostruire il clima del passato e per questo è affidabile anche quello che ci dicono sul futuro, perché comunque questi modelli riescono bene a spiegare perché c’è questa temperatura. Se fosse colpa del Sole o del Grande Puffo Verde noi avremmo un problema: dovremmo spiegare perché la CO2 e i gas serra, che funzionano così bene nel spiegare il clima del pianeta, dovremmo spiegare dove abbiamo sbagliato. Perché sulla base di tutti i dati quella cosa torna – se fosse un’altra la causa, perché questa invece non dà quel riscaldamento? Quindi di fatto ormai gli spazi per altre teorie non ci ne sono più. Non ce n’erano già dieci anni fa. Più passa il tempo, più è una questione ideologica, di non voler accettare la realtà. E questo per gli esseri umani torna: gli esseri umani spesso evitano di confrontarsi con realtà dolorose, rimuovono. Questo vale sia a livello psicologico per le persone, ma anche a livello psico-sociale quindi nelle società. Gli studi psicologi lo spiegano bene.  

Giulia Bonelli. A proposito di effetti psicologici della crisi climatica, dalla rimozione totale all’ecoansia, Stefano Caserini ne parla in modo molto originale nel suo libro edito da People nel 2022 Sex and the climate. Quello che nessuno vi ha ancora spiegato sui cambiamenti climatici. Si sa e si parla ancora molto poco delle connessioni tra il clima che cambia e i sentimenti degli esseri umani, anche se la crisi climatica riguarda ormai in modo diretto la vita di tutti noi e sempre di più sarà così in futuro. Per cui invito chi ci ascolta a leggere questo libro, così come gli altri di Caserini, per “sentire” la crisi climatica oltre che capirla. E avere così anche più armi per contrastare la disinformazione sul clima. Anche se oggi, come dice Stefano Caserini, la principale tendenza da combattere è in realtà il cosiddetto inattivismo climatico.  

 Stefano Caserini. È  il caso di spostarsi sempre più a combattere l’inattivismo climatico – questo termine coniato da Michael Mann, grande scienziato – ossia chi non nega la scienza del clima però trova tutte quelle tecniche per dire che non tocca a noi, che non dobbiamo occuparcene in modo urgente, che ci sono altri problemi. Oppure magari anche sparge rassegnazione. Una tecnica che funziona per impedire le politiche sul clima è dire “ormai è troppo tardi ormai, ormai come fai a raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione? Non riesci a raggiungerli, e quindi è inutile che ti impegni.” 

Giuseppe Nucera. Questo era Stefano Caserini, ingegnere ambientale e Professore all’Università di Parma.  Ci ha raccontato l’evoluzione delle nostre posizioni nei confronti della crisi climatica, fino a quella dell’inattivismo climatico, mostrandoci che le modalità con cui ci rapportiamo alla crisi climatica sono assai dinamiche e variegate; Insomma, siamo molto distanti dall’immagine dello stadio diviso in due tifoserie che competono tra loro spesso utilizzata per rappresentare il dibattito pubblico attorno a questo tema. 
Ed è proprio questa complessità a rendere ancora più necessarie la lotta alle fake news e un’informazione corretta e trasparente per comprendere i processi dell’attuale crisi climatica, con l’obiettivo appunto di alimentare il confronto piuttosto che il conflitto tra le diverse posizioni.  Se con Stefano Caserini abbiamo visto che il Sole non ha un ruolo nel cambiamento climatico attuale, questo non vuol dire che la nostra stella non abbia un’influenza sul clima terrestre. Lo percepiamo banalmente ogni giorno con il variare delle temperature da quelle diurne a quelle notturne.  Ma quali sono i processi attraverso cui il Sole influenza il clima della Terra? Lo abbiamo chiesto a Denise Perrone, ricercatrice dell’Agenzia Spaziale Italiana nell’ambito della Fisica dei plasmi spaziali con particolare riferimento al Sole e al vento solare, e a Mauro Messerotti ricercatore presso l’Istituto Nazionale di Astrofisica-Osservatorio Astronomico di Trieste e docente presso il Dipartimento di Fisica dell’Università degli Studi di Trieste. Partiamo dall’attore principale che guida l’influenza del Sole sul clima della Terra, così come per gli altri pianeti del sistema solare, ovvero il vento solare. Per scoprire le caratteristiche di questo particolare flusso di particelle cariche espulse dal Sole ecco la prima domanda per Denise Perrone: ci può dire in cosa consiste e come viene generato dal Sole il vento solare e quali evoluzioni subisce lungo il suo viaggio verso la Terra? 

Denise Perrone. Ancora ad oggi, sebbene sia oggetto di studio da decenni, non è ben chiaro come il vento solare venga prodotto dal Sole. Quello che sappiamo è che sembra essere un’espansione continua dello strato più esterno del Sole, la corona solare. Quello che si osserva in situ è che questo vento solare può avere caratteristiche diverse – intensità, temperatura, velocità e composizione – e questo dipende tanto anche dalle regioni da cui proviene. Il vento solare una volta che viene generato, viene accelerato e si espande nell’eliosfera; ogni volta che incontra un ostacolo che può essere un pianeta, che può essere un asteroide, che può essere una cometa, lui interagisce con questi oggetti e se l’oggetto ha un campo magnetico questo ne devia anche il percorso. La Terra ha un campo magnetico che la protegge, che gli fa da scudo; quando interagisce con il vento solare, parte del vento solare fluisce intorno a questo scudo. Però se sono avvenuti degli eventi molto forti sul Sole, quali per esempio le coronal mass ejection, il vento solare riesce a fluire all’interno di questo scudo. Queste particelle cariche possono avere anche possono generare dei disturbi, per esempio, alla rete elettrica oppure nello spazio, ai satelliti, agli astronauti. E questo poi è un oggetto di studio che è quello dello Space weather, degli effetti delle tempeste geomagnetiche che avvengono sulla Terra. 

Giuseppe Nucera. Quindi è la nostra magnetosfera che ci protegge dallo Space Weather, che è il tempo meteorologico dello spazio in cui si trovano la Terra e gli altri pianeti del Sistema Solare. Il Sole è il protagonista dello Space Weather e proprio tramite l’azione del vento solare è in grado di influenzare le condizioni ambientali del Sistema Solare. Mauro Messerotti, lei che è un esperto di Space Weather e lo studia da parecchi anni, ci può spiegare quale ruolo gioca la nostra stella nel determinare la meteorologia spaziale? 

Mauro Messerotti. Space weather rappresenta quello che è lo stato fisico dell’ambiente spaziale, ma non solo, anche degli ambienti planetari. Come giustamente ci ha detto Denise, la Terra e alcuni pianeti che ne sono dotati hanno un loro campo magnetico. Questo campo magnetico ci fa da scudo magnetico e in prima istanza, ma non totalmente, fa defluire quelle che sono le particelle elettricamente cariche del vento solare che arriva ad interagire con l’ambiente planetario. Il vento solare è uno dei due grandi vettori di energia che vengono rilasciati dal Sole, però dobbiamo poi tener conto che ci sono anche i fotoni. I fotoni in particolare non tanto quelli di luce visibile o di radiazione infrarossa, ma quelli a raggi X, a raggi ultravioletti o dell’estremo ultravioletto che sono particolarmente energetici e che realizzano un accoppiamento più forte con quella che è l’atmosfera terrestre perché vanno ad interagire, appunto, con vari strati dell’atmosfera terrestre, la termosfera, la mesosfera e trasferiscono quindi energia e in qualche modo contribuiscono anche all’equilibrio climatico.

Giuseppe Nucera. Come accennava prima Denise Perrone, l’influenza del Sole può portare tuttavia anche a fenomeni meteorologici spaziali estremi che possono alterare, nel breve periodo, il funzionamento e l’affidabilità dei sistemi satellitari terrestri, oltre a generare il meraviglioso spettacolo delle aurore polari che conosciamo. Ecco perché è fondamentale studiare il vento solare. Eppure, ancora oggi non conosciamo con precisione i meccanismi che lo generano; sappiamo però che è flusso non omogeneo: è cioè composto da un vento solare chiamato ‘veloce’, che corre nello spazio a più di 500 km al secondo, e un vento solare ‘lento’, che viaggia invece a meno di 500 km al secondo. Ecco, la sonda Solar Orbiter, missione dell’Agenzia Spaziale Europea che vede la collaborazione di Nasa e il fondamentale contributo dell’Agenzia Spaziale Italiana, ha analizzato queste due componenti mentre è stata investita da uno specifico flusso di vento solare durante il suo primo avvicinamento al Sole nel 2022, in cui è arrivata fino a 50 milioni di chilometri dalla superficie solare. I dati raccolti da Solar Orbiter in questa occasione hanno permesso così di tracciare il vento solare fino alla sua regione di origine sulla superficie del Sole. Denise Perrone ci può spiegare perché è così fondamentale individuare con precisione l’origine del vento solare? 

Denise Perrone. Nel momento in cui il vento solare porta con sé parte del campo magnetico, sapere con quale velocità, densità, temperatura, composizione di particelle parte dal Sole, ci permette anche di costruire dei modelli che permettono poi anche eventualmente di avere un’idea di quello che succederà successivamente. E quello che si propone, appunto, Solar Orbiter è cercare di capire qual è la regione di origine del vento solare con quello che poi viene osservato intorno alla navicella. Solar Orbiter è costituito da 10 strumenti di cui sei di remote sensing e quattro in situ e ha mostrato che la variabilità che si osserva in situ di questo vento veloce e vento lento è guidata effettivamente da dei cambiamenti che avvengono sul Sole e quello che si vede è che questo è dovuto proprio alla connettività magnetica. Il vento solare viene generato dal Sole, evolve ma mantiene una certa connessione e la variabilità che si vede che può essere nella velocità, nella densità, nella temperatura è dovuta proprio alle differenti regioni da cui proviene. 

Giuseppe Nucera.Sappiamo che l’attività del Sole si contraddistingue per il susseguirsi di cicli di 11 anni, ciascuno caratterizzato da picchi e minimi di attività. Questi cicli si contano dal 1755 e oggi siamo nel ciclo solare numero 25. Finora, per prevedere il grado di attività di ciascun ciclo è stato utilizzato come indicatore il numero di macchie solari, ossia le regioni superficiali caratterizzate da una forte attività magnetica. Mauro Messerotti, secondo lei l’osservazione del numero di macchie solari è sufficiente per prevedere la prossima attività solare?

Mauro Messerotti. Descrivere l’attività solare con il computo del numero di macchie solari che si osservano in fotosfera nel lato osservabile dalla Terra è limitativo. È un po’ come cercare di capire, per fare un paragone meteorologico, come sta evolvendo un temporale guardando dalle imposte socchiuse. Quindi io vedo solamente una parte delle nubi, vedo se sta piovendo, se c’è attività elettrica, ma non vedo il temporale nella sua interezza, l’evoluzione delle nubi e così via. La stessa cosa vale per il sole. Allora, prima cosa: il fatto che stiamo osservando un certo numero di cicli solari limitatissimo, 25 da quando sono iniziate le osservazioni scientifiche, ma ancora di meno se teniamo conto che l’era spaziale è iniziata appunto alla fine degli anni 50, quindi dallo spazio che ci ha dato le informazioni più ricche abbiamo osservato ancora un numero minore di cicli solari. Se poi pensiamo un po’ all’evoluzione del Sole, diciamo che questo numero 25, prendiamo questo, ecco, come riferimento, è una frazione dei quasi 5 milioni di cicli solari undecennali che il Sole ha, diciamo, subìto da quando si è regolarizzato nella sua attività solare. L’aggravante è il fatto che vediamo solamente e contiamo solamente i gruppi di macchie solari dell’emisfero che in questo momento è visibile, perché è rivolto verso la Terra, ma sappiamo solo parzialmente tramite l’eliosismologia quello che succede nell’emisfero che c’è in questo momento nascosto. Quindi abbiamo comunque una conoscenza parziale del ciclo di attività solare e questo non ci consente di fare delle previsioni. 

Giuseppe Nucera. In effetti studiamo il Sole da troppo poco tempo rispetto a quella che è la sua lunghissima storia ed evoluzione per poter fare delle previsioni sulla sua attività. Allo stesso tempo stiamo studiando solo alcune zone della nostra stella, per lo più quelle equatoriali. Tuttavia, sappiamo che il magnetismo solare e quindi la generazione del vento solare sono strettamente legati alle regioni polari del Sole, rimaste però finora escluse dalle missioni scientifiche. Denise Perrone, secondo lei è auspicabile lo sviluppo di una missione destinata allo studio delle regioni polari del Sole? 

Denise Perrone. Noi sappiamo che il ciclo solare mantiene la propria polarità per 11 anni, dopodiché inverte, quindi i poli magnetici invertono. L’inversione è guidata principalmente dalle macchie solari. Perché è importante comunque studiare i poli? Perché la grandezza stessa dei poli può darci un’indicazione predittiva su come sarà il ciclo futuro e più forte questo sarà, più brillamenti magari avverranno, più attività geoeffettiva potrà generare, quindi più influenza potrà avere sulla Terra. Un primo approccio allo studio dei poli solari avverrà con nella fase di estensione della missione di Solar Orbiter perché alla fine della fase nominale Solar Orbiter comincerà ad alzarsi dal piano dall’eclittica e comincerà ad osservare i poli. Naturalmente non sarà uno studio completo perché, diciamo, l’inclinazione massima che raggiungerà sarà intorno più o meno a 30°, quindi non riuscirà a vedere la totalità, ma comincerà a darci un’indicazione su quello che avviene sui poli. 

Giuseppe Nucera. Solar Orbiter ha ottenuto importanti risultati nello studio del Sole, ma non è stata pensata come una missione per studiare lo Space weather. Mauro Messerotti, ad oggi mancano missioni operative con il fine di indagare la meteorologia spaziale. Secondo lei, quali caratteristiche e peculiarità dovrebbe avere una futura missione da lanciare con questo specifico obiettivo? 

Mauro Messerotti. Noi dovremmo consolidare nel futuro, facendo un adeguato investimento, delle spacecraft dedicate che facciano due cose fondamentali. Una l’ha già detta Denise, cioè il fatto di osservare i poli. I poli sono delle regioni chiave proprio perché la loro topologia magnetica è aperta verso lo spazio interplanetario, perché nei buchi coronali polari viene accelerato il vento solare veloce eccetera eccetera.
E questa è una cosa. L’altra cosa è ovviamente poter osservare l’attività solare nella sua interezza, cioè a 360°. Cosa significa? Significa non solo da terra osservare quello che succede sulla fotosfera, che è quella parte che è rivolta verso me osservatore terrestre, ma anche quello che succede dalla parte opposta e questo non tramite l’eliosismologia, ma tramite un sistema che abbia la sua risoluzione spaziale e così via. Allora, capiremo meglio la persistenza delle regioni attive che spesso, diciamo, durano anche per più rotazioni, quindi hanno una complessità magnetica elevata; la nascita e quindi l’emersione di regioni attive: potremo capire meglio quale sia l’evoluzione delle macchie solari, dei gruppi di macchie solari. Capire meglio l’attività solare ovviamente ci aiuterebbe anche a fornire un tassello di informazione maggiore per quanto attiene agli effetti sole e terra e in particolare quelli che riguardano l’atmosfera terrestre e il clima terrestre.

Giuseppe Nucera. Mi sembra che da questa necessità di ideare e sviluppare innovative missioni spaziali per lo studio del Sole e dello Space Weather emerga la complessità della fisica solare e dell’ambiente spaziale del nostro sistema planetario.  Denise Perrone, secondo Lei questa complessità si riflette anche all’interno delle diverse comunità scientifiche che studiano i fenomeni dell’attività solare o della meteorologia spaziale? Quanto sono connesse e vicine tra loro o al contrario distanti? 

Denise Perrone. La comunità scientifica che appartiene a questo grande studio che è quello dello Space weather comprende comunità diverse, veramente diverse, ma l’Agenzia Spaziale Italiana sta già supportando, diciamo, un modello di comunità globale, nel senso sta cercando di far comunicare queste comunità affinché possano interagire tra di loro e cercare di creare dei modelli per poter cercare di fare delle previsioni meteorologiche spaziali vere e proprie, quelle di cui parlava Mauro.

Giuseppe Nucera. Da questa interessante chiacchierata con Denise Perrone di Asi e Mauro Messerotti di Inaf abbiamo capito quanto poco conosciamo, ancora oggi, i processi che caratterizzano il Sole e quanto sia necessario spingerci sempre più vicino alla sua superficie, con sonde come Solar Orbiter dell’Agenzia Spaziale Europea o Parker Solar Probe di Nasa, per conoscere nei dettagli i meccanismi della sua attività. Allo stesso tempo bisognerà indagare le diverse regioni della nostra stella e sviluppare nuove e specifiche missioni dedicate invece allo studio dello Space weather. Dall’intreccio di queste nuove conoscenze dipenderà l’evoluzione della nostra comprensione di come il Sole influenza il clima terrestre. Senza però dimenticare quello che la comunità scientifica riconosce come il motore della crisi climatica, ovvero l’origine antropica del riscaldamento globale. Nelle prossime puntate cercheremo di capire meglio come e perché l’azione dell’essere umano influenza in modo così drammatico il clima sul nostro pianeta. E lo faremo come al solito a partire dagli intrecci che stanno dietro a nuovi proverbi sul meteo, ascoltandoli come fatto fin qui nei diversi dialetti italiani grazie alle vostre registrazioni. Ricordandoci attraverso le vostre voci e cadenze che non può esserci un intreccio di conoscenze se non vi è un intreccio di lingue e dialetti. 

Giulia Bonelli: Giornalista scientifica freelance appassionata di clima, ambiente, osservazione della Terra e astronomia. Ha una laurea in filosofia e un master in comunicazione della scienza alla Sissa di Trieste. Collabora con la società di comunicazione della scienza formicablu ed è co-fondatrice di Facta.eu, centro no profit che applica il metodo scientifico al giornalismo. Dal 2015 collabora con Global Science, convinta che lo spazio sia un punto di vista privilegiato per comprendere meglio il nostro pianeta.