Apparsa all’improvviso nel cielo del 1604, brillante più di tutte le altre stelle, la supernova di Keplero continua tuttora a raccontare la sua storia. Oggi sappiamo che l’evento osservato oltre quattro secoli fa da Giovanni Keplero, da cui prende il nome, fu l’esplosione di una nana bianca, una stella densa e compatta giunta al limite della propria stabilità. L’esplosione fu innescata in un sistema binario, composto dalla nana bianca e da una gigante rossa: sottraendo progressivamente materia alla compagna – o fondendosi con un’altra nana bianca – la stella raggiunse una massa critica, dando origine a una colossale detonazione, nota come supernova di tipo Ia.
Il residuo della supernova di Keplero, situato nella nostra galassia a circa 17mila anni luce dalla Terra, appare oggi come una spettacolare nube di gas e detriti incandescenti. Il materiale – riscaldato a milioni di gradi – emette raggi X, permettendo all’osservatorio spaziale Chandra della Nasa, lanciato nel 1999, di studiarne la struttura e l’evoluzione nel tempo.
Le immagini, raccolte in diversi momenti nell’arco degli ultimi 25 anni, mostrano un residuo tutt’altro che uniforme: in alcune regioni, i detriti si muovono a velocità che raggiungono il 2% della velocità della luce, mentre in altre avanzano più lentamente. Questa differenza non è casuale, ma indica che l’esplosione sta interagendo con un ambiente irregolare. Nella parte superiore dell’immagine, infatti, il residuo si scontra con un gas più denso, che ne rallenta l’espansione; nella parte inferiore, invece, il materiale risulta più rarefatto e permette ai frammenti dell’esplosione di propagarsi molto più rapidamente.
In questo processo vengono inoltre scagliati nello spazio elementi chimici pesanti, che diventano la materia prima per la formazione di nuove stelle e pianeti. A oltre 400 anni dall’esplosione, l’eco luminosa della supernova di Keplero è tutt’altro che spenta e continua a fornire preziose informazioni sull’universo e la sua evoluzione.