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Si è distaccato dalla piattaforma glaciale Filchner-Ronne (Antartide occidentale) 40 anni fa, portandosi dietro una mole di circa 4mila chilometri quadrati, e da allora è stato tenuto sotto stretto controllo, soprattutto per la sua influenza sui delicati ecosistemi antartici: il colosso in questione è l’iceberg A-23A, il più grande al mondo, che torna a far parlare di sé per un recente monitoraggio effettuato dal satellite Terra della Nasa.
L’immagine scattata dallo strumento Modis di Terra mostra l’iceberg parzialmente ‘tinto’ di blu per la presenza di ampi bacini colmi di acqua di fusione: secondo gli studiosi, si tratta di un segno inequivocabile che per A-23A è vicina la disgregazione finale.
Ma qual è la storia di questa montagna di ghiaccio galleggiante? Dopo il distacco del 1986, A-23A non è andato in giro liberamente ma si è incagliato sul fondale dell’oceano ed è rimasto fermo nel Mare di Weddell, un’ampia insenatura del continente antartico. Solo pochi anni fa il colosso è riuscito a sbloccarsi e a imboccare la strada del mare aperto, incanalandosi verso l’Oceano Atlantico lungo un percorso che gli studiosi chiamano ‘iceberg alley’ (corridoio degli iceberg); ora, il longevo iceberg sta vagando nell’Atlantico meridionale tra l’estremità orientale del Sudamerica e la Georgia del sud, isola situata a circa 1400 chilometri a est dell’arcipelago delle Falkland. Durante le sue peregrinazioni, inoltre, A-23A ha raggiunto acque più calde ed è ‘dimagrito’ fino a raggiungere le attuali dimensioni di 1.182 chilometri quadrati: l’iceberg ha perduto ghiaccio non solo per lo scioglimento, ma anche per il distacco di ampie porzioni della sua superficie avvenuto nell’estate del 2025.
Ora A-23A, osservato da Modis lo scorso 26 dicembre, è ampiamente solcato da bacini di fusione, un fenomeno documentato il giorno dopo da una foto scattata dalla Stazione Spaziale Internazionale a una distanza più ravvicinata. L’estensione delle aree blu – spiegano gli studiosi – è dovuta probabilmente a eventi di disintegrazione del ghiaccio sotto il peso dell’acqua di fusione: il liquido si deposita all’interno delle fenditure nel ghiaccio, costringendolo ad aprirsi. Invece, le linee candide che attraversano A-23A sarebbero riconducibili a delle striature scavate in un lontano passato quando l’iceberg faceva ancora parte di un ghiacciaio che si muoveva sul substrato roccioso dell’Antartide. Infine, l’area bianca che si nota sulla sinistra nella foto di Modis potrebbe essere dovuta a una falla nel ghiaccio dove si sono mescolati acqua e frammenti di ghiaccio galleggiante.
I ricercatori ritengono che l’attuale condizione di A-23A preluda alla sua fine nel corso dell’estate australe. Per alcuni di essi l’iceberg è stato una sorta di ‘compagno di viaggio’ nel corso della loro carriera scientifica. «L’A-23A affronta lo stesso destino di altri iceberg antartici – ha commentato Christopher A. Shuman, geologo dell’Università del Maryland – ma il suo percorso è stato straordinariamente lungo e movimentato. È difficile credere che non rimarrà con noi ancora a lungo».
In alto: l’iceberg osservato dallo strumento Modis del satellite Terra della Nasa (Crediti: Nasa Earth Observatory image by Michala Garrison, using Modis data from Nasa Eosdis Lance and Gibs/Worldview)
In basso: l’iceberg fotografato dalla Iss (Crediti: Nasa/Expedition 74 crew)