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Anche le sonde vanno dall’oculista

Rivolgere direttamente lo sguardo verso il Sole è notoriamente pericoloso per la vista umana, ma può procurare problemi pure agli strumenti delle sonde dedicate all’osservazione della nostra stella. È quanto accade, ad esempio, a Sdo (Solar Dynamics Observatory) della Nasa i cui strumenti hanno bisogno di ‘visite’ periodiche per poter vantare uno sguardo sempre acuto.

Sdo, lanciata l’11 febbraio 2010, fa parte del programma Lws (Living With a Star) ed è stata progettata per studiare l’atmosfera solare in brevi lassi di tempo e spazio e in varie lunghezze d’onda; il suo compito è approfondire le variazioni del Sole che possono influenzare la vita degli esseri umani e i sistemi tecnologici in uso sulla Terra.

Eve (Extreme Ultraviolet Variability Experience) è uno degli strumenti di Sdo cui i tecnici della missione devono prestare cure periodiche per mantenere i suoi ‘occhi’ – ovvero i suoi sensori – in perfetta efficienza.  Il dispositivo è utilizzato per effettuare misurazioni della luce ultravioletta estrema emessa dal Sole, soggetta a intense variazioni, e si rivelato di fondamentale importanza nell’analisi dei brillamenti solari.

Gli interventi correttivi vengono svolti con procedure di calibrazione che coinvolgono un duplicato di Eve: lo strumento gemello viene lanciato – tramite un razzo sonda – in un volo suborbitale che lo porta ad un’altitudine di circa 290 chilometri per un quarto d’ora. Le misurazioni che l’alter ego dello strumento ‘titolare’ effettua sono poi utilizzate per rimettere Eve in carreggiata.

Per avere un’idea del deterioramento che subiscono le apparecchiature come Eve, basta vedere la foto in alto. Si tratta di due immagini del Sole realizzate da Aia (Atmospheric Imaging Assembly), un altro strumento di Sdo: a sinistra – prima della ‘cura’ – il Sole si presenta come un globo rosso scuro, mentre a destra – dopo la ‘cura’ – si mostra come una sfera arancione brillante. La qualità dell’immagine è stata ripristinata.

Tornando a Eve, si è svolta proprio ieri la più recente di queste procedure di manutenzione: il suo duplicato è stato lanciato a circa 292 chilometri dalla base militare di White Sands, in Nuovo Messico, dove è planato al termine del volo suborbitale. I controlli preliminari successivi al rientro hanno evidenziato un esito positivo della procedura. I tecnici della missione, mettendo a confronto i dati di Eve e quelli del suo doppione, possono quindi provvedere a rimettere in sesto lo strumento.

Questi interventi, all’inizio dell’attività di Sdo, erano stati pianificati con un calendario molto serrato: ogni sei mesi circa. Il livello di deterioramento degli strumenti rallenta con il tempo, per cui le calibrazioni sono state poi programmate ogni due anni; la pandemia, però, aveva fatto slittare la tabella di marcia e quindi il volo di ieri era particolarmente atteso dal team della missione perché dal precedente intervento erano oramai trascorsi oltre tre anni.

Crediti foto: Nasa/Sdo

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