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Indagini all’infrarosso per Webb sul primo universo 

I segreti dell’universo primordiale non sono impenetrabili, piuttosto sono sotto una luce a noi invisibile. Farceli vedere sarà l’obiettivo dell’indagine all’infrarosso che effettuerà il James Webb Telescope della NASA grazie all’estrema sensibilità a bassi livelli di luce.

Webb studierà l’evoluzione delle galassie del primo universo osservando i quasar, gli oggetti più luminosi del cosmo e più distanti da noi. Buchi neri supermassicci con massa fino a miliardi di volte il Sole, i quasar emettono una luce più forte della somma di tutte le stelle della galassia ospite. Così lontani che la loro luce, impiegando miliardi di anni per arrivare verso Webb, mostrerà l’universo quando aveva meno di 800 milioni di anni, meno del 6% della sua età attuale.

Un giovane cosmo osservabile solo all’infrarosso a causa del fenomeno del redshift cosmologico. Viaggiando mentre lo spazio era in espansione, la luce dei quasar ha subìto un allungamento dell’onda e una diminuzione di frequenza, spostandosi nell’infrarosso e rivelandosi così invisibile una volta arrivata a noi.

Webb dovrà fare luce sul processo di reionizzazione del nostro universo, capire cioè quando lo spazio intergalattico sia diventato trasparente come lo è in gran parte oggi. Più di 13 miliardi di anni fa, infatti, il cosmo era torbido, opaco ad alcuni tipi di luce a causa del gas neutro tra le giovani galassie.

Attraverso lo studio dei quasar Webb dovrà scoprire quando e come lo spazio intergalattico sia stato inondato di elementi più pesanti dell’idrogeno e dell’elio raggiungendo così l’attuale trasparenza.

I quasar non solo ci mostreranno quando il processo è avvenuto, ma potrebbero anche avere un ruolo decisivo: se inghiottono tanta materia, scatenano nel gas circostante uno tsunami interstellare che oltre a diminuire drasticamente la nascita di stelle nella galassia ospite può provocare cambiamenti fondamentali anche nello spazio intergalattico.

Dettagli che l’indagine all’infrarosso di Webb farà emergere.

 

Crediti immagine in evidenza: NASA, ESA and J. Olmsted (STScI)

 

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