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I satelliti mappano l’impatto del lockdown sull’inquinamento atmosferico

Il lockdown causato dalla pandemia da Covid-19 non ha contribuito alla diminuzione di tutte le le sostanze inquinanti dall’atmosfera. Lo afferma uno studio della Nasa, secondo il quale la variabilità del Pm 2,5 – le particelle nocive più piccole di 2,5 micrometri – è stata influenzata in maggior parte dalle condizioni del clima e non dai blocchi provocati dalla pandemia. La ricerca è stata pubblicata il 23 giugno sulla rivista Science Advances. 

Gli effetti meteorologici analizzati nello studio includono i cambiamenti nelle fonti di polvere minerale, il modo in cui gli inquinanti reagiscono alla luce solare nell’atmosfera, la miscelazione e il trasferimento di calore, nonché la rimozione degli inquinanti dall’atmosfera mediante precipitazioni. Il Pm 2,5 è tra gli inquinanti più complicati da studiare per via della dimensione delle particelle. Inoltre, la  composizione e la tossicità variano notevolmente a seconda delle condizioni ambientali.

L’NO2, un inquinante gassoso sottoprodotto della combustione del carburante dei veicoli, noto anche come biossido di azoto, ha visto cali sensibili durante i blocchi. La sua diminuzione è stata osservata allo spazio e dal suolo e le immagini di cieli limpidi in aree altamente inquinate in precedenza hanno fatto il giro del mondo, nel corso del 2020. 

Quando viene emesso, il biossido di azoto può interagire con altre sostanze chimiche nell’atmosfera e formare particelle di Pm 2,5. Tuttavia, i due inquinanti non hanno una relazione lineare. La metà del biossido di azoto nell’atmosfera non porta necessariamente alla metà del Pm 2,5 prodotto dal biossido di azoto. Dato che il Pm 2,5 proviene spesso dalle stesse fonti di NO2, i ricercatori hanno deciso di analizzare le percentuali di Pm 2,5 per verificare un eventuale calo. Per garantire un’analisi completa, il team si è concentrato sulle regioni con ampi sistemi di monitoraggio del suolo in atto e ha confrontato le stime mensili di Pm 2,5 da gennaio ad aprile nel 2018, 2019 e 2020.

Quando i ricercatori hanno confrontato i livelli di Pm 2,5 nei tre anni, durante i mesi che hanno coinciso con le fasi di blocco di ciascuna regione, non hanno rilevato segnali chiari dal Nord America e dall’Europa. Le differenze più significative relative al lockdown sono state individuate nelle pianure della Cina settentrionale. Per scoprire di più sul fenomeno, il team ha simulato uno scenario in cui le emissioni antropogeniche di biossido di azoto erano mantenute costanti e la variabilità meteorologica era l’unica responsabile delle differenze anno su anno nel Pm 2,5 durante i mesi chiave del lockdown.

Hanno anche eseguito simulazioni in cui hanno ridotto le emissioni legate ai trasporti e altre fonti antropogeniche di biossido di azoto. Così facendo, hanno scoperto che la simulazione in cui sono stati inclusi sia la meteorologia che gli effetti dei trasporti, rispecchiava più da vicino la situazione del mondo reale.

«La misurazione del Pm 2.5 è un problema molto complesso e dobbiamo prendere in considerazione le sue molteplici fonti, non solo quella relativa alla diminuzione della attività umane inquinanti – afferma  Melanie Hammer, autrice dello studio – la semplice riduzione delle emissioni dei trasporti non sarebbe sufficiente per spiegare la complessità del problema». I dati satellitari utilizzati in questo studio, denominati profondità ottica dell’aerosol, sono stati correlati alle concentrazioni superficiali di Pm 2,5 utilizzando il Geos-Chem, che simula la composizione dell’atmosfera, le reazioni e le relazioni tra i suoi diversi componenti e il modo in cui si muovono orizzontalmente così come verticalmente attraverso l’aria.

«Il modello che abbiamo utilizzato – conclude Hammer – è uno strumento sofisticato che aiuta a dipingere un quadro più completo della qualità dell’aria. Sospetto che il cambiamento nei livelli di PM 2,5 nella Cina settentrionale sia stato più evidente a causa dei livelli di inquinamento più elevati della regione durante i periodi ‘normali’».

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