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Il dinamismo di Venere

Blocchi crostali che si sono scontrati l’uno con l’altro, come avviene con i frammenti di ghiaccio della banchisa polare, e che danno evidenza di una vitalità geologica degna di nota: è questo il quadro che emerge da una nuova analisi della superficie di Venere, al centro di uno studio appena pubblicato su Pnas-Proceedings of the National Academy of Sciences (articolo: “A Globally Fragmented and Mobile Lithosphere on Venus”). L’indagine, coordinata dal Dipartimento di Scienze Marine, Terrestri ed Atmosferiche dell’Università del North Carolina, si è basata sulle immagini radar della missione Magellan della Nasa (attiva dal 1989 al 1994) e su modelli informatici.

Il gruppo di lavoro è riuscito ad identificare l’andamento delle deformazioni tettoniche su Venere: una scoperta importante che testimonia il dinamismo del pianeta e che potrà essere utilizzata anche per studiare sia l’antica attività tettonica della Terra, sia quella degli esopianeti.

In particolare, gli studiosi si sono concentrati sulle vaste regioni pianeggianti che costituiscono la maggior parte della superficie di Venere: in esse hanno notato ampie zone che sembrano essersi spostate spingendosi, scivolando l’una contro l’altra e ruotando. I modelli informatici, creati dagli studiosi per approfondire queste deformazioni, attribuiscono i movimenti tettonici all’attività interna di Venere, un po’ come avviene sulla Terra.

Sul nostro pianeta tale attività è connessa a fenomeni convettivi e quello che avviene su Venere è stato definito dagli autori del saggio una ‘variazione sul tema’: sul secondo pianeta del Sistema Solare non troviamo le formazioni geologiche che sulla Terra sono derivate dai movimenti tettonici, ma vi è l’evidenza che le deformazioni riscontrate sono collegabili alle correnti che solcano il suo interno.

Inoltre, una parte consistente di Venere, interessata da attività vulcanica, nel tempo è affiorata in superficie: alcune sue aree, quindi, potrebbero essere piuttosto giovani da un punto di vista geologico. Tuttavia, molti dei blocchi presi in considerazione nello studio si sono originati e poi deformati in queste recenti pianure laviche: tale fenomeno induce a pensare che la litosfera si sia frammentata dopo l’assestamento di queste spianate.

Lo studio di Pnas testimonia il rinnovato interesse della comunità scientifica per Venere. Meno di un mese fa, infatti, la Nasa ha annunciato le due nuove missioni esplorative dedicate al pianeta, ovvero Davinci+ e Veritas: prenderanno il via tra il 2028 e il 2030 e ne studieranno il clima e la sua evoluzione. Nello specifico, Veritas avrà un tocco ‘tricolore’: tra i suoi strumenti, infatti, ci sarà un radar ad apertura sintetica costruito con il contributo dell’Agenzia Spaziale Italiana.

In alto: un’immagine della Lavinia Planitia di Venere, una delle aree dove sono stati individuati i blocchi (Crediti: Università del North Carolina, basata su un’immagine Nasa/Jpl).

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