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L’Italia a caccia di alieni

Oggi gli Ufo si chiamano Uap. La sigla che in inglese stava per “oggetti volanti non identificati”, e che ha ispirato negli anni decine di film di fantascienza, recentemente è stata sostituita con il più ampio “fenomeni aerei non identificati” – per l’appunto Uap – termine che estende gli orizzonti in cui andare a caccia di alieni. Lo ha dimostrato recentemente la Marina militare Usa, che ha rivendicato l’autenticità di alcune immagini che immortalano fenomeni aerei sospetti, su cui il Pentagono starebbe indagando.

Ufo o Uap, la sostanza non cambia: andare a caccia di altre forme di vita è nel Dna dell’essere umano. Tanto più se scienziato, come racconta Emilio Molinari dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, direttore del Sardinia Radio Telescope – un progetto nato dalla collaborazione tra Inaf e Asi.  «Il Sardinia Radio Telescope – spiega il ricercatore – è un radiotelescopio con una parabola di 64 metri di diametro. È di gran lunga la più grande in Italia e una delle più grandi in Europa».

Ma che cosa c’entra un’impresa come il Sardinia Radio Telescope con la ricerca di vita extraterrestre?

«Sempre di ricerca si tratta – commenta Moliari – e noi siamo aperti a qualunque tipo di ricerca. Infatti durante l’anno scorso abbiamo siglato un accordo con la Breakthrough di Berkeley, grazie anche agli auspici del nostro passato Presidente Nichi D’amico, e così siamo entrati a far parte di questa iniziativa mondiale per la ricerca di segnali artificiali provenienti dal cosmo».

E così il Sardinia Radio Telescope (Srt) è oggi parte integrante dello storico progetto Seti. Alla capacità radioastronomica di Srt si affianca inoltre la capacità spaziale espressa dal Sardinia Deep Space Antenna dell’Asi, che nasce per supportare le missioni interplanetarie e lunari di esplorazione robotica e umana e realizzare ambiziosi esperimenti scientifici.

Con l’ingresso di Srt nella Breakthrough Initiative e nel programma Seti, l’Italia partecipa così in prima linea alla ricerca di altre forme di vita nell’universo. E intanto, oltreoceano, c’è anche chi dichiara di averle già trovate: come Avi Loeb, l’astrofisico di Harvard secondo cui il famoso oggetto interstellare a forma di sigaro Oumuamua sarebbe in realtà un esempio di tecnologia aliena.

«Tutti siamo portati, nella nostra ricerca, a sperare di trovare qualche cosa – commenta Molinari. Da qui ad ammettere pubblicamente che Oumuamua sia un relitto di astronave…. È stata una sorpresa. Ma la ricerca è nell’animo di tutti quanti».

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