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Il neutrino che smascherò il buco nero

In astronomia, talvolta basta un piccolissimo indizio per ricostruire un delitto di portata cosmica. È quanto ha fatto un team di ricerca guidato dal Desy, acronimo di Deutsches Elektronen-Synchrotron. Il crimine in questione, commesso da un efferato buco nero, è la distruzione di una stella che abitava nella costellazione del Delfino. Mentre l’indizio è una ‘particella fantasma’ arrivata fino al nostro pianeta come testimone oculare: per la precisione un neutrino, considerata dagli scienziati una delle particelle subatomiche fondamentali dell’universo.

Il neutrino è stato scagliato verso la Terra subito dopo che l’incauta stella si è avvicinata troppo al buco nero supermassiccio al centro della galassia ospite – nome in codice 2MASX J20570298+1412165 – venendo completamente divorata. A quel punto è iniziato il lungo percorso della particella fino a noi. Un viaggio iniziato circa 700 milioni di anni fa, più o meno nel momento in cui i primi animali si sviluppavano sul nostro pianeta. E concluso l’1 ottobre 2019, quando il rivelatore di neutrini IceCube al Polo Sud ha intercettato un neutrino estremamente energetico proveniente dall’universo distante.

Dopo una serie di attente analisi, gli scienziati sono riusciti a collegare questa antichissima particella a un evento rilevato circa sei mesi prima dalla Zwicky Transient Facility sul Monte Palomar in California: un bagliore proveniente dal disco di accrescimento del buco nero che aveva distrutto la stellina del Delfino.

Ma non è tutto. Integrando i diversi dati raccolti e ripercorrendo a ritroso il viaggio cosmico del neutrino, gli scienziati hanno scoperto un gigantesco acceleratore di particelle naturale, generato proprio nei dintorni del buco nero supermassiccio. Il neutrino studiato dal team del Desy è infatti la prima particella che può essere fatta risalire a un cosiddetto ‘evento di perturbazione di marea’ – un fenomeno che si verifica quando un oggetto ‘precipita’ nell’orizzonte degli eventi di un buco nero.

Lo studio, pubblicato oggi su Nature Astronomy, dimostra ancora una volta il potere di esplorare il cosmo anche attraverso particelle subatomiche che fungono da ‘messaggeri’ – in questo caso, portando la testimonianza di un drammatico evento cosmico avvenuto milioni di anni fa. Un’altra conquista della recente astronomia multimessaggera nata dallo studio delle onde gravitazionali.

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