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    Categorie: cosmo

Quel che resta del cielo buio

Nemmeno lo spazio è più un rifugio sicuro per l’astronomia. L’inquinamento luminoso prodotto dai satelliti artificiali, un tempo limitato ai grandi osservatori terrestri, è diventato un fattore strutturale che sta compromettendo anche le osservazioni dei telescopi spaziali. Lo conferma un nuovo studio dei ricercatori dell’Ames Research Center della Nasa in pubblicazione su The Astronomical Journal, disponibile in pre‑print su arXiv, che analizza i dati raccolti dalla missione Spherex della Nasa tra maggio e settembre 2025. In quel periodo, il 73 per cento delle immagini acquisite dal telescopio è stato attraversato da almeno una scia luminosa prodotta da satelliti in orbita bassa, un fenomeno che nelle esposizioni lunghe lascia tracce sottili ma persistenti, simili a binari che tagliano il campo visivo e cancellano informazioni scientifiche preziose. La missione, progettata per mappare l’intero cielo in luce infrarossa con esposizioni ampie e sensibili, si ritrova così immersa in un ambiente orbitale sempre più affollato, dove la presenza di migliaia di satelliti commerciali produce un disturbo sistematico e crescente.

Il problema non è nuovo, ma la sua accelerazione è evidente. Già alcuni anni fa, gli astronomi dello Space Telescope Science Institute avevano sviluppato algoritmi basati sulla Trasformata di Radon per individuare e rimuovere le scie dei satelliti dalle osservazioni del celebre telescopio. All’epoca, circa il 10 per cento delle immagini di Hubble risultava contaminato, una percentuale che sembrava già allarmante ma che oggi appare quasi modesta rispetto ai numeri di Spherex. Lo stesso vale per l’aumento della luminosità diffusa del cielo notturno: la crescita del numero di oggetti in orbita bassa ha incrementato oltre il dieci per cento la brillantezza complessiva del cielo, un valore sufficiente a offuscare la Via Lattea anche in luoghi remoti e teoricamente privi di inquinamento luminoso terrestre. È un effetto cumulativo, difficile da mitigare e destinato a peggiorare man mano che le megacostellazioni si espandono.

Il nuovo studio su Spherex mostra che la situazione è ormai critica anche per i telescopi spaziali. Le scie non solo attraversano le immagini, ma attivano i sistemi di protezione del rivelatore, progettati per bloccare i pixel colpiti da raggi cosmici. I satelliti moderni, sempre più grandi e luminosi, generano segnali così intensi da essere interpretati dagli algoritmi di protezione dei telescopi come eventi energetici anomali: la conseguenza è che il telescopio ‘spegne’ temporaneamente i pixel per non bruciarli, causando la perdita definitiva di porzioni dell’immagine. Le simulazioni contenute nel pre-print indicano che, se le richieste di autorizzazione per portare in orbita fino a due milioni di satelliti venissero approvate, il cento per cento delle immagini di Spherex risulterebbe contaminato, con una media di quasi duecento scie per esposizione. È uno scenario che metterebbe in crisi non solo le missioni scientifiche attuali, ma l’intero concetto di osservazione astronomica dallo spazio.

Il quadro si complica ulteriormente se si considera l’impatto sulle osservazioni radio: le emissioni elettromagnetiche indesiderate dei satelliti Starlink di seconda generazione, definiti ‘V2-mini’,  risultano fino a trentadue volte più luminose rispetto ai predecessori, interferendo con radiotelescopi sensibili come il Lofar e superando in alcuni casi le soglie internazionali per le emissioni non intenzionali. È un segnale chiaro di quanto la proliferazione satellitare stia erodendo la capacità dell’astronomia di operare in bande dello spettro che, fino a pochi anni fa, erano considerate relativamente protette.

La comunità scientifica chiede da tempo una regolamentazione internazionale più severa, capace di bilanciare l’espansione delle infrastrutture commerciali con la tutela del cielo come risorsa scientifica e culturale.

 

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Immagine in alto: Scie dei satelliti Starlink presso l’Osservatorio di Cerro Tololo. Crediti: Ctio/NoirLab/Nsf/Aura/DeCam Delve Survey

Germana Galoforo: Germana Galoforo è Primo Tecnologo presso l'Agenzia Spaziale Italiana, dove da oltre 20 anni cura, progetta e gestisce iniziative educative e di divulgazione tecnico-scientifica in ambito spaziale, oltre a eventi ispirazionali per i giovani, a livello nazionale e internazionale. Dopo la Laurea con lode in Scienze della Comunicazione presso l'Università Sapienza di Roma, ha conseguito il titolo di Dottore di Ricerca in Marketing e Comunicazione d'Impresa presso l'Università IULM di Milano, dove ha successivamente svolto un periodo di docenza e ricerca. È stata responsabile delle attività educative per sette missioni di astronauti italiani a bordo della Stazione Spaziale Internazionale e, attualmente, ricopre l'incarico di responsabile del Settore Education e Outreach di ASI. È delegata italiana presso l'Advisory Committee on Education dell'Agenzia Spaziale Europea (ESA), di cui è stata anche Presidente. È inoltre autrice di numerosi articoli e pubblicazioni scientifiche.